«I Paesi africani cercano di fare cassa con noi pescatori»

Buonaspeme: quando vai laggiù i rischi sono dietro l’angolo, sono convinto che la Idra Q è stata presa con un pretesto
MARTINSICURO. «La pesca sulle coste occidentali dell’Africa è molto redditizia, il pescato molto richiesto dal mercato, ma le problematiche sono dietro l’angolo perché gli Stati africani provano sempre a fare cassa con il pretesto di violazioni alle loro leggi». A parlare è Federico Buonaspeme, 56 anni e 25 di questi comandante sulle navi oceaniche impegnate nella pesca nell’Atlantico, a ridosso delle coste africane. Per due volte, e sempre nella Guinea Bissau, è stato sequestrato dalle autorità africane. Un’esperienza che sta rivivendo attraverso le notizie che arrivano dal Gambia per il sequestro del motopesca Idra Q. Buonaspeme non crede che i suoi colleghi ufficiali attualmente detenuti in Gambia abbiano commesso alcunché di illegittimo. «Le reti che usano queste imbarcazioni», dice, «sono standard e quelle usate dalla Idra Q corrispondono a quelle normalmente usate. Solo la parte superiore delle reti, quella che si trova a fior d’acqua e che non fa pescato, è più stretta».
Da anni barche italiane pescano nell’Atlantico africano. Gamberi, sogliole e seppie: questo è il pesce pregiato che si trova in quelle acque. Barche attrezzate nelle quali il pescato a bordo viene prima lavorato, poi congelato e quindi surgelato prima di farlo arrivare a destinazione. Non tutti i Paesi di quella fascia di Africa hanno rapporti commerciali con l’Italia e tantomeno la sede diplomatica. Come per il Gambia, anche per la Guinea Bissau la diplomazia è coperta dell’ambasciata italiana a Dakar in Senegal.
«Quando si chiedono i permessi c’è la clausola di imbarco di pescatori di quella nazione, il numero è proporzionato al tonnellaggio dell’imbarcazione», racconta Buonaspeme, «le imbarcazioni che comandavo per due volte, nel 1999 e 2001, sono state sequestrate dalla Marina della Guinea. La prima volta è stata contestata la quantità di pescato, la seconda di aver pescato nelle acque territoriali. In tutte e due le occasioni non sono mai finito in carcere ma sono rimasto bloccato per due mesi sulla nave insieme all’equipaggio nel porto di Bissau, controllato da militari armati. Con i "carcerieri" si è sempre stabilito un buon rapporto, mangiavano a bordo insieme a noi e gli offrivamo le sigarette. Il tutto si è sempre risolto con il pagamento di una forte sanzione per il dissequestro dell’imbarcazione. Nel secondo sequestro era stata stabilita la somma di un milione di euro per il dissequestro della barca e 50mila euro di multa nei miei confronti come capitano. Dopo le consuete consultazioni diplomatiche, la Farnesina ha sempre fatto da mediatore, la multa è scesa a 750mila euro mentre è stata annullata quella nei miei confronti. L’unico momento di paura c’è stato nel 2001. Si avvicinò la motovedetta della Guinea e salirono a bordo sparando raffiche di mitra in aria. Mi portarono in sala comando ma non parlavano inglese. La discussione era a gesti fino a quando mi puntarono il coltello sotto la gola. A quel punto intervennero i marinai locali che tradussero. Volevano che spegnessi all’istante tutti i mezzi di comunicazione sull’imbarcazione. Una volta capito il disguido la situazione tornò tranquilla ma la paura fu tanta».
Sandro Di Stanislao
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