I reduci del fronte russo emozionano gli studenti

Ercole Nori e Valentino Di Franco, ultranovantenni ancora lucidissimi, raccontano il dramma della guerra ai ragazzi delle scuole medie di Tossicia
ISOLA DEL GRAN SASSO. Isola accoglie calorosamente i suoi alpini abbracciando i reduci, protagonisti assoluti di questa venticinquesima commemorazione dei caduti di Selenyj Jar. E lo fa partendo dalle scuole medie di Tossicia, dove Ercole Nori e Valentino Di Franco, reduci dal fronte russo, ieri mattina hanno emozionato una platea di giovanissimi e attenti uditori.
Entrambi diciannovenni con tanti sogni nel cassetto, i due abruzzesi nel 1942 si ritrovano con una cartolina in mano e la destinazione per la Russia. Ercole, sposato da soli quindici giorni, ricorda ancora l'amarezza di quella partenza in cui per la prima volta vide un treno. «Abbiamo trascorso tredici giorni prima di arrivare in Russia, sotto l'acqua e il freddo», racconta. «Io mi trovavo a quaranta chilometri di distanza dal resto della truppa. Solo di notte ci avvicinavamo al fronte per prestare soccorso. La vita era dura: mangiavamo poco, spesso eravamo costretti ad uccidere i muli, nostro mezzo di trasporto. Non dormivamo e i pidocchi ci portavano in processione. Durante la ritirata di notte i russi ci bombardavano e di giorno ci mitragliavano», prosegue Ercole, «per tentare di ripararmi, mi tuffavo nella neve con la testa sotto la slitta. Ho passato i guai».
Ercole, come Valentino, ebbe la fortuna di sopravvivere a quell'inferno. «Io ed un commilitone per salvarci ci attaccammo, durante il passaggio di un treno merci, alle maniglie dei vagoni e viaggiammo così tutta la notte fino all'Austria. Quella notte avevo con me questa immagine di San Gabriele che porto tutt'ora con me. E' lui che ci ha protetti. Scesi dal treno con le ginocchia. perché avevo mani e piedi congelati e non riuscivo più a camminare. Al rientro in Italia eravamo così malridotti che quando scendemmo dai treni ci coprirono con dei teli per non farci vedere alla gente». Rientrato in Italia Ercole pensava di trovare pace e, invece... «l'8 settembre del 1943 cadde il fascismo e così il 14, insieme ad altri compaesani, scappai dalla caserma diretto verso Trieste. Fummo presi prigionieri da due bellissime ragazze con il fucile, partigiane, che di lì a poco ci liberarono. Dopo ventidue giorni di fuga a piedi, mangiando ciò che trovavamo nei campi, tornammo a casa. Anche a Isola fui costretto nuovamente alla fuga per evitare di essere preso dai partigiani. Dormivo in campagna, nelle case abbandonate. Con l'arrivo degli americani, che mi costrinsero a raccontare tutta la mia vita militare, fui finalmente liberato».
Anche il rientro di Valentino Di Franco fu drammatico. Gambe amputate per congelamento dal ginocchio ai piedi, Valentino racconta con le lacrime agli occhi dell'abbraccio con la madre quando si rese conto che sotto le lenzuola del letto d'ospedale suo figlio non aveva più gli arti inferiori.
Catia Di Luigi
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