I Santoleri devono restare in carcere

Il tribunale del Riesame respinge la richiesta di libertà per padre e figlio accusati di aver ucciso la donna a Giulianova
GIULIANOVA. C’è la data in calce al provvedimento a testimoniare l’assenza di ogni esitazione. Perchè è il 19 aprile, quindi il giorno stesso dell’udienza, che i giudici del Riesame hanno detto no alla scarcerazione di Giuseppe e Simone Santoleri, accusati di aver ucciso l’ex moglie e madre Renata Rapposelli. Per conoscere le motivazioni della decisione bisognerà attendere 45 giorni, ma appare evidente che l’impianto accusatorio della Procura abbia retto. Nessuna prova regina, ma per il codice di procedura penale una serie di elementi gravi, precisi e concordanti. «La difesa nutriva poche speranze nella decisione del Riesame», dice l’avvocato Alessandro Angelozzi, penalista del foro di Ascoli e difensore dei Santoleri insieme ai colleghi Gianluca Reitano e Gianluca Carradori, «adesso aspettiamo di leggere le motivazioni. E’ evidente che si tratta solo di un passaggio di una vicenda molto complessa».
Davanti al Riesame la Procura teramana (dopo il passaggio degli atti da quella anconetana che si è dichiarata territorialmente incompetente) ha svelato nuove carte delle indagini con quelle intercettazioni ambientali tra Simone e altri detenuti nel carcere di Castrogno (prima del suo recente trasferimento nel penitenziario di Lanciano) in cui l’uomo lascerebbe intendere un suo coinvolgimento nell’omicidio.
Parole che, per l’accusa, diventano macigni e che in una tappa come quella del Riesame sono sicuramente destinate a lasciare traccia nel provvedimento che i giudici (collegio presieduto da Alessandra Ilari) depositeranno nelle prossime settimane.
Oltre alle intercettazioni catturate in carcere, tra i nuovi elementi d’indagine della Procura teramana (pm titolare del fascicolo Enrica Medori) le testimonianze della sorella di Simone e della sua ex compagna già ascoltate nei mesi scorsi ad Ancona prima che l’inchiesta passasse a Teramo. Secondo inquirenti e investigatori di due Procure, Giuseppe e Simone hanno ucciso la 64enne pittrice teatina il 9 ottobre dell’anno scorso quando lei si è recata nella loro abitazione giuliese dopo aver preso un treno da Ancona, la città in cui viveva dopo la separazione da Giuseppe. Lo hanno fatto in casa al termine di una lite scoppiata per questioni economiche, in un contesto familiare di rancore e odio. Poi i due, sempre secondo l’accusa, hanno chiuso il cadavere in una busta, lo hanno nascosto nella loro macchina per qualche giorno, coperto con un grosso scatolone e trasportato fino a Tolentino per liberarsene gettandolo in una scarpata sulle rive del fiume Chienti.
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