Igor, il commissario del carcere che racconta storie di criminali

De Amicis è vice comandante della polizia penitenziaria a Teramo e autore di thriller e libri per ragazzi «Scrivo di un mondo che conosco e ogni giorno tocco con mano la realtà del dietro le sbarre»
TERAMO. È un tempo sospeso tra cronaca e narrazione, uno stare sui fatti giorno per giorno. Igor De Amicis, 43 anni, una naturale vocazione alle parole, ogni giorno si immerge nell’umanità complessa e disperata di un carcere. Da commissario capo di polizia penitenziaria perché è vice comandante nella casa circondariale teramana di Castrogno, da scrittore di thriller che dopo il successo d’esordio de “La settima lapide” si appresta a pubblicare il secondo con DeAgostini. «È evidente che quando scrivo di criminali attingo da quella che è la mia esperienza quotidiana, li conosco perché li vivo tutti i giorni. E sicuramente per questo, così come mi hanno fatto notare in tanti, certi miei personaggi risultano molto credibili» ti dice. Perché la differenza tra loro e gli altri è fatta di un tanto difficile da dimenticare. Ma non ci sono solo i thriller. De Amicis, infatti, da tempo è anche un affermato scrittore di libri per ragazzi (ha pubblicato per Einaudi): da solo e con la moglie Paola Luciani, insegnante di sostegno nelle scuole. E insieme stanno preparando delle sceneggiature di cartoni animati per un canale dedicato della Rai.
Domanda scontata, ma obbligata: la realtà con cui per lavoro si confronta ogni giorni, quella del carcere, in che modo ispira trame e personaggi?
«Ovviamente non posso disgiungere il mio essere scrittore dal il mio lavoro di commissario capo della polizia penitenziaria. Naturalmente le storie dei thriller sono tutte inventate così come i personaggi, ma il contesto in cui si muovono ha molti punti di attinenza con la realtà. È evidente che quando parlo di criminali e criminalità parlo di un mondo che conosco e quando li descrivo lo faccio sulla base di quella è che la mia conoscenza quotidiana del loro essere. Quando descrivo situazioni che si svolgono in carcere, inoltre, molti miei colleghi, ad esempio, ritroveranno cose che hanno vissuto in questi anni o che vivono attualmente. Inutile dire che certe dinamiche che ripropongono sono quelle che effettivamente si verificano. Invece l’idea delle sette lapidi con i nomi di persone ancora vive è nata da un fatto di cronaca che lo letto qualche anno fa, di un paese dove ci fu un errore in una ditta di pompe funebri. Pubblicarono sui giornali la notizia della morte e crearono una lapide che fu portata al cimitero, con il nome di un signore che invece era vivo ed era in vacanza con la moglie. Questa notizia mi colpì e così è nato il libro».
Il mondo del carcere è comunque una presenza costante nei suoi lavori. Anche nel libro per ragazzi “Il mare quadrato” la storia del piccolo Giacomo affronta il tema della genitorialità oltre le sbarre. Secondo lei in Italia, da questo punto di vista, a che punto siamo?
«Il tema della genitorialità in carcere resta molto difficile. Giacomo, il bambino protagonista della storia, nella realtà non esiste. In Italia ci sono decine di bambini sotto i tre anni che restano negli istituti di pena insieme alle madri detenute con tutto quello che una situazione di questo genere comporta. Ci sono normative che hanno previsto quelle che vengono chiamate sezioni a trattamento attenuato proprio per madri e figli e a Castrogno tanto è stato fatto, ma la realtà di tutti i giorni resta difficile. Con il mio lavoro sono un testimone diretto di questa situazione. La respiro ogni giorno e nel libro in questione ho cercato di trasporre quelle emozioni che si vivono solo conoscendo in materia profonda quella che è la realtà carceraria».
Quando nasce la passione per la scrittura?
«Nasce soprattutto dal fatto che sono un appassionato lettore, divoro tutto quello che posso leggere. Quando frequentavo le scuole superiori ho cominciato a riscrivere il finale dei libri che non mi piacevano. Poi ho cominciato a inviare qualche racconto e ho ottenuto le prime pubblicazioni. Piano piano mi sono accorto che scrivere mi piaceva veramente tanto. Mi piaceva tanto anche fare un lavoro che mi mettesse a servizio dello Stato. Così, consapevole del fatto che fare lo scrittore non sempre ti permette di pagare le bollette, dopo la laurea ho deciso di fare il concorso per la polizia penitenziaria. Oggi, con molta sincerità, posso dire di essere una persona fortunata perché faccio due lavori che mi piacciono. Mi piace il mio essere al servizio dello Stato in una realtà difficile come quella di un carcere e mi piace raccontare storie, il rapporto che si crea con i lettori».
Sfugge alle stereotipo dello scrittore insonne che scrive solo di notte?
«Sono convinto che servano sempre delle regole precise in qualsiasi cosa si faccia. Io mi alzo alle 5 del mattino e dalle 5 alle 7 scrivo. Poi arriva la sveglia di mio figlio Michelangelo e di mia moglie e il lavoro nel carcere. Ma nulla mi pesa perché nulla è un fardello quando si va con piacere. E io scrivo con piacere e lavoro in carcere con piacere».
In attesa del secondo thriller che sta scrivendo, “La settima lapide” si avvia a conquistare i mercati stranieri. A breve uscirà l’edizione tedesca, a fine anno quella giapponese e c’è anche il mercato americano con l’importante casa editrice Penguin Randon House. Farà solo lo scrittore?
«Non nego che sapere che la mia opera varchi i confini nazionali mi faccia molto piacere anche perché è evidente che per uno scrittore sapere che in tanti ti leggono è una grande soddisfazione. Ma io continuerò a scrivere e a fare il vice commissario di polizia penitenziaria».
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