Il caldaista ricorre in Cassazione: volevo difendermi, non uccidere

18 Marzo 2018

Dante Di Silvestre condannato a 12 anni in appello per l’omicidio dell’imprenditore Paolo Cialini La difesa punta a trasformare il volontario in preterintenzionale, entra il famoso penalista Coppi

GIULIANOVA. In Cassazione contro «una sentenza viziata da palesi contraddizioni e da una evidente illogicità», dai giudici della Suprema corte per ribadire che «non voleva uccidere ma difendersi». Il che, per il codice, significa omicidio preterintenzionale e non volontario con una diversità sostanziale che non appartiene solo alla sfera dei tecnicismi giuridici ma fa evidentemente la differenza sul piano della pena.
Parte da qui, da un assunto che dovrà superare l’esame dei giudici ermellini, il ricorso del 60enne caldaista di Mosciano Dante Di Silvestre condannato in Appello a 12 anni per aver accoltellato e ucciso l'imprenditore informatico 41enne di Giulianova Paolo Cialini al termine di un diverbio stradale. Un fendente sferrato all’angolo tra viale Orsini e via Verdi, davanti agli occhi della figlioletta della vittima: una bimba di 6 anni rimasta nell’auto del papà e unica testimone. Per i giudici di primo e secondo grado un omicidio volontario.
Per il ricorso alla Suprema Corte Di Silvestre si affida, oltre che al difensore di sempre Gennaro Lettieri, all’avvocato Franco Coppi, uno dei più grandi penalisti italiani e il cui nome negli anni si è incrociato con le difese di Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi.
C’è un filo a legare le 19 pagine di ricorso:quello che per la difesa è la mancanza del dolo di omicidio. Scrivono i legali Lettieri e Coppi: «La circostanza che Di Silvestre sia uscito dalla sua auto disarmato è una importante chiave di lettura dell’intera vicenda essendo illogico pensare che, fosse stato animato dall’intenzione di colpire la vittima, l’imputato, che non era in grado si sopraffare l’antagonista con la sola forza delle sue mani, non si sarebbe subito munito del coltello. Ma la circostanza, del tutto illogicamente, non è presa affatto in considerazione dalla sentenza che inspiegabilmente passa a rappresentare la seconda fase della tragica vicenda descrivendo Di Silvestre che torna sui suoi passi, prende il coltello custodito nel vano della portiera e colpisce a morte». E aggiungono: «Possibile non chiedersi, sul piano logico, cosa può essere successo dopo che i due protagonisti di questa tristissima vicenda sono scesi dalle loro vetture? Possibile non chiedersi, sullo stesso piano, cosa è successo di così grave da indurre il Di Silvestre a tornare presso la sua auto e a prelevare il coltello che avrebbe potuto prendere anche pochi attimi prima?». Nel ricorso si sottolinea il comportamento di Di Silvestre «che per prima soccorre il ferito e attende rassegnato l’arrivo dei carabinieri». La parola, ora, ai giudici della Suprema corte.(d.p.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.