Il centro diurno è inagibile Malati psichici isolati in periferia

1 Marzo 2017

Lettera alla Asl dei parenti di una ventina di pazienti trasferiti a Casalena: «Prima andavano in palestra e in piscina, ora stanno seduti in uno stanzone. È tanto difficile affittare un pullmino?»

TERAMO. Il terremoto ha stravolto le vite di molti teramani. Fra questo ci sono i malati psichiatrici ospiti del centro diurno di via Nicola Palma. Dalla scossa di fine ottobre la struttura nel cuore del centro è infatti inagibile.

La ventina di pazienti che viene seguita nella struttura è stata così spostata a Casalena. Un trasferimento inevitabile, che però ha peggiorato di molto le condizioni dei venti e passa pazienti. Sono passati dal centro storico in cui potevano tranquillamente fare due passi a quello che si può tranquillamente definire un “non luogo”, isolato in campagna e in un’area in cui ci sono solo ambulatori e uffici della Asl. A segnalare i disagi commessi al trasferimento sono i parenti dei pazienti. Che descrivono che cosa accadeva prima della scossa del 30 ottobre: «Due volte a settimana li vedevi scorrere a passo lento tra i passanti distratti. Alcuni in fila indiana, altri, a due a due, parlottando tra loro, con le loro borse o zaini a tracolla. Maschi e femmine, insieme. Li riconoscevi anche da lontano. Erano (e sono) i ragazzi del centro diurno che dal centro storico, dov’era situato, si recavano, chi in palestra, chi in piscina, nell’impianto sportivo situato appena fuori le mura. Per le patologie di cui sono affetti, con l’assunzione dei farmaci per loro necessari, l’attività motoria si rivela necessaria. Purtroppo, da quando è arrivato quel maledetto terremoto, e le ancor più pesanti repliche, seguite dal cosiddetto “sciame sismico”, quello che certamente è sciamato (per loro) è stata la possibilità di frequentare la palestra e la piscina che tanta allegria e benessere fisico apportava ai loro cuori e alla loro salute. Ora non più».

I malati da circa tre mesi hanno interrotto l’attività fisica. «In fondo basterebbe trovare un pulmino, due volte a settimana, che li portasse e andasse a riprenderli così da permettere loro di continuare quelle attività motorie tanto necessarie quanto divertenti», osservano i parenti, «ma ci è stato detto che occorre fare un bando di gara, scegliere la ditta giusta per il trasporto e altri passaggi che renderanno l’iter lentissimo. Insomma si è fatta avanti la burocrazia italiana, famosa nel mondo, che, ancora una volta, ci mette lo zampino. Nell’attesa che qualcosa succeda, ora sono tutti in quest’enorme stanza loro assegnata, per lo più seduti sui divani o al tavolo, lo stesso ove mangiano, con le assistenti che cercano in ogni modo di alleviare i disagi inventandosi di tutto pur di andare avanti ogni giorno, nel migliore dei modi. L’amara constatazione che viene da fare e che il terremoto non possiamo prevederlo né fermarlo, ma un adeguato intervento umano, tra l’altro, rivolto a favore dei più deboli della società, quello sì che lo si potrebbe fare se solo coloro i quali hanno il ruolo, le competenze e, soprattutto, la volontà volessero farlo». (a.f.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA