Il commissario Di Francesco: «Arrestai Pannella per uno spinello, poi diventammo amici»

Il poliziotto: «Gli mandai un telegramma
di solidarietà e venni punito. Ma quella legge era ingiusta»
PESCARA
«È la mattina del primo luglio 1975. Il capo della squadra mobile di Roma, Fernando Masone, mi convoca nel suo ufficio. Io sono il responsabile della sezione narcotici e mi incarica di intervenire all’hotel Minerva, perché quel “rompiscatole” di radicale ne sta per combinare una delle sue».
Chi è quel “rompiscatole”?
«Marco Pannella».
Il pescarese Ennio Di Francesco, oggi 84 anni, è il commissario della polizia di Stato che arrestò il leader dei radicali per uno spinello, in nome di una legge che – da rappresentante delle istituzioni – applicò anche senza condividerla. Ennio ripercorre quel giorno parlando al presente, con una precisione e una lucidità che oltre mezzo secolo di distanza non ha scalfito neanche un po’ .
Torniamo a quella mattina d’estate.
«Tutto nasce perché il questore, il comandante dei carabinieri e il procuratore ricevono un telegramma con cui Pannella li avverte che quel pomeriggio commetterà un reato riguardante la droga. Ma in quel documento c’è scritto anche altro».
Ovvero?
«“Intervenite, altrimenti vi denuncerò per omissione d’atti d’ufficio”».
Una provocazione neppure troppo velata.
«Qualunque funzionario di polizia avrebbe preferito affrontare il peggiore criminale al posto di una persona che sembrava godere nel metterli in ridicolo».
E perché tocca a lei?
«Per una questione oggettiva: è un reato di droga e io sono il capo della narcotici».
Che cosa accade quando arriva all’hotel Minerva?
«Trovo tanti giornalisti e fotografi pronti ad assistere allo spettacolo. Dal direttore dell’albergo vengo a sapere che Pannella ha affittato la sala conferenze per un incontro culturale. Io, a quel punto, gli mostro il telegramma in cui si parla chiaramente della commissione di un reato».
E parte una diffida a concedergli la sala, in sostanza.
«Ricordo al direttore che è titolare di una licenza di polizia e, se concederà la sala, quell’autorizzazione gli verrà revocata. Il poveretto non sa che pesci prendere. E allora gli chiedo di convocare Pannella nel suo ufficio».
È lei stesso a informare il leader radicale di ciò che sta succedendo?
«Sì, ed è la prima volta che lo incontro. È un uomo alto. Dinoccolato. Ha il viso scavato. Gli occhi chiari e penetranti».
Come reagisce quando fa presente che avrebbe messo nei guai il direttore dell’hotel?
«Ascolta con grande attenzione, poi si consulta con il suo avvocato, De Cataldo, e comunica agli spettatori che quell’evento è rinviato».
Insomma: il commissario Di Francesco manda ko il temuto Pannella.
«Apparentemente sì. Tant’è che in questura tutti si congratulano con me per aver risolto il caso. Ma la soddisfazione dura poco».
Perché?
«La sera stessa arriva un altro telegramma che ripropone una situazione analoga per il giorno successivo, stavolta nella sede del Partito radicale, in via Torre Argentina 18».
Che cosa accade l’indomani?
«Al mattino, insieme a un brigadiere, busso alla porta della sede. Ci viene ad aprire il segretario Gianfranco Spadaccia. In cuor mio, spero che tutto venga rinviato. La ragione è semplice: faccio presente che non sono in possesso di un mandato di perquisizione».
Significa che possono lasciarvi legittimamente fuori.
«E invece loro, con teatralità, ci invitano a entrare. L’ampio salone è pieno di giornalisti e fotoreporter. In fondo, seduti dietro il tavolo, ci sono Pannella, l’avvocato De Cataldo e gli esponenti Cicciomessere e Mellini. Ma di quella mattina ricordo soprattutto i rumori».
Quali?
«Dopo un silenzio iniziale, tutti si giravano verso di noi. E giù una mitragliata di pernacchie e fischi, mentre una ragazza grida: “Sbirro”».
Come prosegue la mattinata?
«Per oltre un’ora, si susseguono interventi sull’assurdità di una legge antidroga che, invece di colpire i trafficanti, si accanisce contro i tossicodipendenti. Dentro di me, condivido pienamente quelle considerazioni».
Si spieghi meglio.
«Era anacronistica una norma che sanciva il carcere obbligatorio o l’ospedale psichiatrico, persino per i minorenni, magari beccati con un solo spinello».
Arriviamo all’ora fatidica del “crimine”.
«Dopo un’arringa di un’ora, Pannella tira fuori una sigaretta e, mentre la sta accendendo, annuncia con tono solenne: “Questo è uno spinello di marijuana! Invito il rappresentante della legge ad arrestarmi”».
Lei tira subito fuori le manette?
«Macché. Un capitano dei carabinieri, giunto nel frattempo nella sede dei radicali, scatta verso Pannella. Ma io prego quell’ufficiale di lasciarmi dirigere l’operazione».
Il tutto, immagino, in un clima incandescente.
«La gente in sala scandisce cori contro di noi. Ma io dal microfono chiedo di fare silenzio. Poi dico a Pannella che non ho mai arrestato nessuno con leggerezza. Quindi mi faccio consegnare lo spinello, il “corpo del reato”, e lo metto in una busta. Che quella sigaretta contenga marijuana è da accertare. E Pannella ha la facoltà di venire con noi».
In fondo, è quello che cercava.
«Si consulta con i suoi legali e mi segue. Usciamo dalla sede tra fischi e insulti. In questura ci arriviamo sulla mia auto. Lo faccio accomodare nel mio ufficio, in attesa dell’esito delle analisi sulla sigaretta. Nel frattempo, decido di fargli leggere un intervento che, pochi giorni prima, avevo fatto in un convegno al circolo Rai, in cui sostengo anche io che la legge va cambiata».
Ci descriva quei minuti d’attesa.
«È in pieno svolgimento un’indagine contro un clan di marsigliesi che io stesso sto dirigendo. Nel mio ufficio il telefono squilla continuamente. Gli agenti entrano ed escono dalla stanza con fondina ascellare e pistola. Pannella è un testimone involontario di ciò che sta accadendo, lo vedo sorpreso. Poi arriva l’esito del test sullo spinello».
Positivo.
«Mi consulto con il mio capo, Masone. La legge va applicata. Pannella è in arresto».
Lui come reagisce?
«È come sollevato. D’altronde ha ottenuto ciò che voleva. Mentre lo accompagno fuori dalla questura, un giornalista urla: “Di Francesco, perché non metti i ferri a questo delinquente?”. Io lo zittisco. E la cosa sorprende Pannella».
In che senso?
«Prima di entrare nella volante che lo porterà al carcere di Regina Coeli, mi dice: “Commissario, arrivederci. Oggi ho imparato qualcosa”. Io, in quelle ore, sono umanamente preoccupato per Pannella».
Il motivo?
«Dietro le sbarre si sarebbe trovato di fronte gli stessi trafficanti per i quali voleva una lotta più incisiva».
La sua intensa giornata di lavoro finisce qui?
«No. Resto in ufficio fino a mezzanotte per riordinare i risultati dell’indagine sui marsigliesi. Ma non riesco a non pensare a quell’uomo finito in carcere per avere affermato verità importanti per quei giovani caduti nella trappola della droga».
E allora che cosa decide di fare?
«Contatto il centralino e, d’impulso, detto un telegramma che mi cambierà la vita: “Se come funzionario ho dovuto applicare una legge anacronistica e iniqua, come cittadino mirante a una società più giusta e umana, non posso non esprimerle stima e ammirazione”. Destinatario: personale – Marco Pannella – Regina Coeli – Via della Lungara – Roma. Poi esco dalla questura, prendo la moto e torno a casa».
La giornata successiva è stata come tutte le altre?
«All’inizio, sì. Il pomeriggio, però, trovo ad attendermi sulla porta l’agente Moracci. È bianco in volto e mi mostra l’ultima edizione di “Momento sera”. Il titolo in prima pagina è: “Il commissario che ha arrestato Pannella gli esprime solidarietà”».
Apriti cielo.
«Il sangue mi si gela nelle vene. Un’ipotesi del genere non l’avevo tenuta neanche in considerazione. Sulla mia scrivania ad aspettarmi c’è una busta gialla con la scritta “riservata-personale”».
Guai in vista, dunque.
«Apro il plico e leggo nel fonogramma: “È stato redatto rapporto alla Procura di Roma riscontrandosi elementi di reato nel comportamento del dottor Di Francesco. Con effetto immediato si dispone che cessi dal servizio presso la Squadra Mobile, in attesa delle decisioni adottate dal Ministero dell’Interno”. Firmato: “Ugo Macera, questore di Roma”».
Lei si precipita dal questore?
«Proprio così. Il dottor Macera mi fa aspettare un’ora, poi mi riceve e mi grida contro: “Hai gettato discredito sull’amministrazione, quel telegramma è assurdo”. Io a quel punto cerco di salvare il salvabile, perché ho solo un chiodo fisso».
Quale?
«Continuare l’indagine sui marsigliesi, che sta entrando nella fase più delicata. Lo stesso Masone, convocato, conferma che nessuno sarebbe in grado di sostituirmi in quel momento dell’inchiesta. Macera, che proprio l’ultimo arrivato non è, rinvia la decisione sostenendo di dover aggiornarsi con il ministero».
In quelle ore è particolarmente preoccupato?
«La mia unica preoccupazione è terminare quell’indagine. Il giorno successivo, mentre sto per partecipare a una riunione sul tema, vengo convocato d’urgenza dal vicario del questore».
Chi c’era ad attenderla?
«L’ispettore generale Romanelli, conosciuto come “Il grande inquisitore”, che inizia a interrogarmi in modo freddo. Dopo aver declinato le generalità, io taglio subito corto».
In sostanza, sbatte la porta in faccia a un rappresentante ministeriale?
«Gli chiedo semplicemente di mettere a verbale che si sta intralciando un’attività di polizia giudiziaria, perché, in quegli stessi minuti, il sostituto procuratore Cannata mi sta aspettando. Segue una scena che non dimenticherò mai».
Racconti.
«“Il grande inquisitore” schizza nella stanza vicina, quindi torna da me con Macera. Come un condannato, li seguo fin dentro la stanza del capo della Mobile».
E dentro chi trova?
«Il pubblico ministero Cannata siede per l’occasione alla scrivania di Masone. Il magistrato inizia a vantare il nostro lavoro e fa presente che la mia collaborazione è indispensabile per eseguire alcuni provvedimenti giudiziari che firmerà di lì a breve. Il questore cede: posso restare alla Mobile, ma solo per altre 24 ore».
Le perquisizioni del giorno successivo sono positive?
«Alle quattro del mattino, con le mie tre squadrette, arrestiamo diverse persone tra marsigliesi e criminali di Centocelle, tra cui un ricercato per omicidio, sequestrando il più grande quantitativo di eroina fino ad allora mai trovato a Roma».
Quelle 24 ore si avviano verso la conclusione.
«Mentre tutta la sezione sta esultando, il capo della Mobile mi prende da parte e mi dice di fare presto con i verbali. Il messaggio non ammette repliche: “Sei esautorato dall’indagine”. Per i miei superiori, sono colpevole di un nuovo reato».
Quale?
«Il reato di telegramma. Non mi resta che lasciare la questura da un’uscita secondaria. Così scopro che, di fronte all’ingresso principale, un gruppo di giovani sta manifestando mostrando vistosi striscioni».
Ricorda il contenuto?
«Una ragazza, molto bella, reggeva un cartello con la scritta: “Di Francesco è colpevole di pensare”».
I radicali, insomma, non la lasciano solo nel momento di difficoltà.
«Diciamo che, in quelle ore, cercano di alleggerire i miei guai. Il segretario Spadaccia, per esempio, invia una lettera al questore per comunicare che il telegramma era stato pubblicato sul giornale “per errore”. Ma è tutto inutile. La mia nuova destinazione è la polizia amministrativa, ufficio passaporti».
Facciamo un passo avanti. Quando ha rincontrato Pannella per la prima volta dopo l’arresto?
«Dopo qualche mese. Abitavamo vicini. All’inizio, a dire il vero, io cercavo di evitarlo, perché ero sempre il poliziotto che lo aveva mandato in galera. Ma lui, quando mi incrociava, era cordiale. Mi diceva: “Ecco il commissario che mi ha arrestato”».
Pannella cosa pensava della polizia?
«Lo ha scritto anche nella prefazione di un mio libro. Marco sosteneva che, in ogni ambiente, “anche quello dell’arcipelago polizia, spesso contraddittorio e reazionario, ci sono sbirri che vivono l’ideale di porre al centro del loro non facile lavoro la dignità e i diritti della persone”. E Marco diceva di averne conosciuti tanti, di poliziotti, che portano nel cuore questo sentimento».
Siete diventati amici?
«Sì, diversi anni dopo. Andai da lui per la prima volta quando un amico in comune, il giornalista della Rai Valter Vecellio, mi disse che era malato. Marco mi accolse a casa sua con cordialità. Solo allora gli cominciai a dare del tu. C’era anche Rita Bernardini».
Che cosa ricorda di quell’incontro?
«Scoprii una religiosità tutta sua, fatta di impegno sociale. Pannella è morto vivendo, obbligando tutti i politici a ricordarlo. Marco è la dimostrazione che la cultura della non violenza trionfa sempre».
Ennio, lei quarant’anni dopo l’arresto di Pannella si iscrisse al Partito radicale.
«Il partito era conciato male, lo feci soprattutto per dare un aiuto economico. Non condividevo tutte le loro idee, ma ero e sono riconoscente nei confronti di persone che hanno portato avanti grandiose battaglie per la libertà di tutti».
Si è mai pentito di aver inviato quel famoso telegramma?
«Assolutamente no, anche se me l’hanno fatta pagare cara. Quell’episodio ha rappresentato un momento epocale. Perché la grandezza di Pannella è quella di aver messo tutti nelle condizioni di parlare e di poter esprimere il proprio pensiero. Senza paura. Sono stato fortunato a incontrarlo».
Oggi, qual è la prima immagine che le viene in mente se pensa a Pannella?
«Siamo nella sua casa di Roma. Io non posso sapere che sarà il nostro ultimo incontro, anche se lui è già gravemente malato. A tratti non è lucido. Ma, a un certo punto, mi dice: “Io sto per andarmene. Guarda fuori dalla finestra. Mi riconoscerai tra i gabbiani”».
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