Il coraggio di Lucia: aiuto gli altri per ricordare mio figlio ucciso

9 Dicembre 2018

La mamma di Antonio De Meo preso a pugni e assassinato a Martinsicuro ha fondato un’associazione «Raccogliamo alimenti e abiti per sostenere le famiglie povere così come faceva il mio Cocò»

TERAMO. Quando muore un figlio il mondo si ferma. Serve il coraggio di una mamma per farlo continuare a girare. Perché quando finiscono pure le lacrime e il dolore sfida la ragione il rumore delle parole s’incarica di restituirci alla realtà. Quelle che raccontano un ragazzo di 23 anni che studiava agraria, che sognava di aprire un ristorante, che cucinava e portava il cibo ai senza tetto. E allora non può essere la morte a fermare tutto. Lucia Di Virgilio, 66 anni, è il coraggio delle cose concrete. Suo figlio Antonio De Meo se n’è andato per sempre quasi dieci anni fa ucciso a Martinsicuro dai pugni sferrati da tre giovanissimi. Ma Lucia ha scelto di far vivere i sogni di Antonio e ogni giorno raccoglie alimenti e vestiti che distribuisce agli altri. Per ora ottanta famiglie tra Marche e Abruzzo, con i numeri destinati ad aumentare. Insieme al marito Giuseppe ha creato l’associazione Antonio De Meo onlus dopo che tutto è girato vorticosamente nella loro vita e la loro stessa vita si è girata e rigirata e alla fine si è fermata sottosopra lasciandoli in quella posizione innaturale di genitori senza più figlio. Perché una madre e un padre non dovrebbero mai sopravvivere alla morte di un figlio. Ma il cuore e l’anima delle persone vive nelle storie di tutti i giorni. Come quella di mamma Lucia.
Un’associazione serve a sopravvivere al dolore di aver perso un figlio?
«Sopravvivere alla morte di un figlio è come morire lentamente. Non ci si rassegna e non ci si abitua. Io ho scelto di mettere il mio dolore a disposizione degli altri, di continuare a fare le cose che Antonio faceva con amore e che io ho conosciuto solo dopo la sua morte. Quando lui non c’era più mi hanno chiamato da Bologna, la città in cui frequentava l’università, raccontandomi quello che faceva per aiutare gli altri. Lui, che era sempre stato appassionato di cucina, preparava dei piatti o dei panini che poi distribuiva ai senza tetto, quelli che non avevano niente. Ho scoperto anche che quando tornava a casa dell’università aiutava alcuni ragazzi del posto che avevano dei problemi accompagnandoli in comunità. Ho capito che tutto quello in cui lui credeva non poteva finire. I sogni di Antonio non potevano interrompersi con la sua morte».
E ora i sogni di suo figlio li porta avanti lei?
«Io e la mia famiglia. Ho deciso, insieme a mio marito e agli altri due figli, di fare qualcosa per portare avanti quello che mio figlio faceva. E’ nata l’associazione con sede a Castel Di Lama. Abbiamo due stanze messe a disposizione da un’altra associazione e in cui facciamo varie attività. Soprattutto raccogliamo alimenti di ogni tipo e in questo ci aiutano quelli del Banco alimentare. Per raccogliere fondi da destinare all’acquisto facciamo mercatini, raccogliamo offerte e ogni mese aiutiamo ottanta famiglie».
Ad agosto saranno trascorsi dieci anni dalla morte di Antonio che oggi sarebbe un uomo di 33 anni. Come lo immagina?
«Lo immagino con il suo ristorantino. Lui mi diceva sempre “Mamma comincio un po’ alla volta. Inizialmente vanno bene venti posti”. Ecco io lo immagino così, un uomo che si apre alla vita, al mondo, che fa quello che gli piace e in cui crede. Antonio era un ragazzo di 23 anni che studiava all’università e lavorava come cameriere d’estate. Una persona mite, tranquilla, sempre pronta a dare una mano agli altri. Era il più piccolo dei miei tre figli, era arrivato dopo dieci anni dall’ultimo e lo avevamo accolto con grandissimo amore. E lui questo amore lo aveva assorbito tutto. Era un giovane aperto al mondo ma senza mai dimenticare gli altri».
Qual è l’ultimo ricordo che ha di lui?
«La sera prima dell’omicidio. Siamo andati a Martinsicuro a trovarlo nell’hotel in cui stava lavorando come cameriere, così come faceva l’estate. Quando l’ho visto stava passando lo straccio. Ricordo il suo sguardo e il suo sorriso che illuminava tutto quello che faceva. E poi ricordo la telefonata delle forze dell’ordine arrivata a casa con la notizia. Inizialmente ho pensato che fosse un errore, che una cosa così non poteva essere capitata al mio “Cocò”, a noi. Ho pensato che non si può morire a 23 anni per un pugno. In quei momenti ho pensato a tutto e al contrario di tutto. Ma la verità è che da quel giorno mio figlio non c’è più».
I cronisti la ricordano con la foto di suo figlio attendere fuori dal tribunale dell’Aquila nel giorno del processo ai due ragazzi accusati di aver ucciso Antonio. Entrambi, che all’epoca avevano 17 e 15 anni, sono stati condannati a 7 anni ciascuno. Ritiene ci sia stata giustizia?
«Io e la mia famiglia abbiamo sempre creduto nel valore della giustizia, nel valore delle leggi che devono essere rispettate. Ma in questo Paese le vittime sono quelle meno rispettate. Perché è davvero assurdo pensare che si possa morire a 23 anni e che si possa morire nel modo in cui è successo ad Antonio».
Qualche anno fa lei e la mamma di Emanuele Fadani, l’imprenditore ucciso con un pugno ad Alba, avete avviato una raccolta di firme per chiedere che l’omicidio preterintenzionale diventi volontario partendo proprio dai casi dei vostri congiunti. Perché?
«Perché un pugno uccide come un’arma e per questo abbiamo cominciato a raccogliere le firme per presentare una legge di iniziativa popolare che possa modificare il codice penale. I pugni uccidono ed è questo quello che noi chiediamo di riconoscere allo Stato. Le norme devono tutelare tutti, a cominciare dalle vittime che in questo Paese spesso sono dimenticate innazitutto dallo Stato».
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