Il crac Curti-Di Pietro in Cassazione

Udienza fissata ad ottobre dopo il ricorso dei due imprenditori teramani condannati a sei anni per bancarotta
TERAMO. Il caso giudiziario di quello che per la cronaca è stato il crac Curti-Di Pietro arriva in Cassazione. Con i tempi lunghi dei procedimenti penali.
Il 5 ottobre, a sei anni dalle condanne di primo grado e a due da quelle della corte d’ Appello, i giudici della Suprema Corte saranno chiamati ad esaminare i ricorsi presentati dalle difese degli imprenditori Guido Curti e Maurizio Di Pietro (assistiti dagli avvocati Guglielmo Marconi e Andrea Secone) contro il pronunciamento dei magistrati aquilani che hanno confermato la sentenza del tribunale teramano.
Secondo la ricostruzione della Procura (prima) e le sentenza di primo e secondo grado (dopo) ci sarebbe stato un crac da 20 milioni che nel 2012 portò agli arresti degli imprenditori con una serie di sequestri di società.
Un'indagine portata avanti da Procura (il pm titolare Irene Scordamaglia ora in Cassazione) e guardia di finanza il cui risultato sono stati due maxi processi: il primo per la bancarotta contestata a Curti e Di Pietro, il secondo che ha visto Curti, Di Pietro e altri cinque accusati di reati fiscali e il commercialista teramano Carmine Tancredi (nella sua veste di consulente di Curti e Di Pietro) imputato di concorso in bancarotta e assolto con formula piena da ogni accusa. La sentenza per il primo processo (quello che ad ottobre approda in Cassazione) è arrivata il 21 febbraio del 2012 al termine di un anno di istruttoria con una pubblica accusa che nel corso di svariate udienze ha ricostruito la filiera delle società con sedi non solo a Cipro e a Teramo ma anche nelle Antille Olandesi. Il tutto dando corpo e volto alla accuse in una complessa ricostruzione di passaggi societari, fallimenti, compravendite, ma anche di sistematiche operazioni di giroconto che, secondo la Procura, avrebbero permesso a Maurizio Di Pietro e Curti di prelevare soldi dai conti delle società per depositarli sui loro conti personali. Soldi distratti con la bancarotta che, sempre secondo l’accusa dei giudici di primo grado e successivamente di quelli dell’Appello, sarebbero stati portati in Svizzera, Inghilterra e Cipro per poi tornare puliti in Italia.
Ed è stato soprattutto nella conferma della confisca delle quote delle due società De Immobiliare e Kappa che i magistrati aquilani hanno riconosciuto il modus operandi ipotizzato dalla Procura e tratteggiato nella sentenza di primo grado: un maxi flusso di denaro partito da imprese fatte fallire, spostato all'estero e poi fatto rientrare su conti esteri di società create ad hoc con passaggi a Londra, Lugano e alle Antille.
La De Immobiliare e la Kappa Immobiliare erano controllate al 99 per cento dalle società cipriote Ruclesarn Investments Limited e Dreamport Enterprises Limited. Per l'accusa sono state le tappe finali dei soldi provenienti dalle aziende svuotate e poi fatti rientrare in Italia con conti esteri.
Accuse, quelle della Procura teramana che le ha ricostruito in decine di faldoni, sempre respinte dagli imprenditori che ora si appellano ai giudici della Suprema Corte per far valere le proprie ragioni.
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