Il dolore di mamma Hanna: «I miei figli tra fronte e bombe»

La donna da quattro anni vive a Colledara, dove si occupa dell’assistenza agli anziani: «Uno combatte, l’altra è rinchiusa in un rifugio: vado avanti sperando di leggere i loro messaggi»
COLLEDARA. «Sono vivo!» È il messaggio dal fronte di Olexsandr, un militare dell’esercito ucraino alla mamma Hanna Levchenko che vive a Colledara. Solo due parole, sempre le stesse, inviate quando non è sotto il tiro degli attacchi russi, ma le più importanti per una madre che trascorre le giornate in attesa di ricevere sue notizie.
Due parole che raccontano il dramma dei ragazzi ucraini come lui che da un giorno all’altro hanno smesso di vestire i panni della normalità e si sono ritrovati a combattere una guerra dalla quale non possono sottrarsi perché rappresenta il sogno di libertà del proprio Paese.
E il dolore delle mamme come Hanna che hanno dovuto accettare con rassegnazione il loro destino. «Le più fortunate riescono ad abbracciarli prima di vederli allontanarsi con l’orgoglio di chi non si è tirato indietro», confida, «spesso, però, per avvisare che si sono arruolati inviano un breve messaggio, ma che dice più di mille parole». Lo sa bene Hanna che stringe forte tra le mani il telefono e, nella cucina della silenziosa casa della Valle Siciliana dove lavora come assistente agli anziani, è intenta, tra icone ortodosse e santini cattolici, ad annotare minuziosamente sul block notes dalla copertina verde l’ora e la data dei messaggi ricevuti da Olexsandr e ogni notizia che arriva dall’Ucraina dalla figlia Maria che vive in un sotterraneo. Vicino, un quadernone con le lettere dedicate ai figli. Scrivere è un modo «per sfogarsi, per stare vicini e per testimoniare l’orrore della guerra» racconta. Dall’invasione russa la paura si è abbattuta sulla sua famiglia divisa tra l’Italia dove Hanna che è vedova è arrivata quattro anni fa per lavorare e tra il Nord dell’Ucraina a Chernihiv, avamposto militare a pochi chilometri dal confine russo e bielorusso dove sono rimasti i figli. «L’istinto è stato quello di ripartire, ma i miei figli mi hanno implorato di rimanere qui perché sono al sicuro e posso lavorare», confida con gli occhi lucidi e in russo, «non ho esitato a chiedere loro di raggiungermi, ma siamo una famiglia di patrioti e hanno preferito restare: Olexsandr a combattere come fece suo nonno nella guerra mondiale, Maria adoperandosi nella distribuzione dei pochi aiuti che arrivano».
Gli occhi si riempiono di lacrime. «Da quando mio figlio è partito non so più nulla: è tutto segreto e questa cosa mi logora. Appena può mi rassicura che è vivo, poi solo assordante silenzio». Un attimo di pausa e incalza «Mi manca troppo non sentire la sua voce, la sua risata squillante che sogno la notte. Ogni giorno muoio poco a poco, ma non riesco a stare inerme e lo inondo di messaggi per tenerlo su di morale, implorandolo di stare attento, di coprirsi, di avere coraggio, insomma colmi di amore. Non so se può leggerli, ma sono certa che gli danno forza. Un amico di mio figlio ha perso la vita sul campo di battaglia per l’esplosione di una mina: da allora non sono più riuscita a dormire». Preoccupazione che si somma a quella per Maria che dopo l’assedio al loro quartiere si è rifugiata, cambiando tre nascondigli, con il figlio Igor in periferia. «Lì non si respira vita, ma solo morte», continua, «dei palazzi restano gli scheletri, tre vicini di casa sono morti in un’esplosione nella quale Maria è stata colpita dalle schegge. Chernihiv non esiste più, come Mariupol: c'è solo il tormento quotidiano di chi è nascosto sottoterra come topi per poter scampare alle brutalità degli invasori rischiando di morire di fame e sete e per le donne di essere violentate. I corridoi umanitari sono bloccati, ma i russi negano tutto». Hanna elogia la Resistenza del suo popolo, ma come mamma desidera che tutto finisca e affida i figli alla protezione di San Gabriele nonostante sia ortodossa. «Le mie preghiere sono per loro, ma anche per tutti i figli e tutte le mamme che stanno vivendo questa situazione disumana che ti spegne l'anima e il cuore» dice. Piena di speranza, conclude: «Aspetto con trepidazione il giorno che potrò riabbracciarli, l'unica cosa che conta ora è saperli vivi e in salute».
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