Il fratello superstite: «Per il mio papà e Mattia non c’è stata giustizia»

19 Gennaio 2022

Padre e figlio assiderati sulla strada di casa, erano usciti per le medicine Il dolore e la rabbia di Ivan: «Sono morti aspettando uno spazzaneve»  

TERAMO. Quando è già tempo di memoria senza che sia stata fatta giustizia, il prezzo di certi ricordi è sempre troppo alto. Perché sono passati cinque anni ma è ancora oggi. Lo sa bene Ivan Marinelli, 32 anni, che nel giorno in cui l’Abruzzo si ferma per i morti di Rigopiano, mette insieme rabbia e dolore per suo padre Claudio, 56 anni, e suo fratello Mattia, poco più di 20, vittime dimenticate di quei drammatici giorni.
Quella notte di gennaio del 2017 sono morti assiderati sulla strada di casa, tra Poggio Umbricchio e Santa Croce, nel territorio di Crognaleto, sepolti da metri di quella coltre bianca che aveva bloccato l’Abruzzo. Lui è l’unico che si è salvato, tornato a casa dopo aver camminato per ore nella neve. «Da allora non vivo più in paese e sono andato all’Aquila perché per me era troppo doloroso restare, passare ogni giorno sulla strada in cui sono morti papà e mio fratello», racconta in un altro anniversario di dolore e rabbia a scandire un tempo sospeso che non finisce mai. «Avrei voluto andare sulla tomba e dire loro che giustizi era stata fatta perché negli anni duemila non si può morire assiderati», continua Ivan, «ma questo non potrò mai farlo».
La Procura all’epoca chiese ed ottenne l’archiviazione dell’inchiesta chiusa senza l’individuazione di responsabilità: per i magistrati una tragica fatalità, nulla di perseguibile penalmente. «Nessuno ha salvato mio padre e mio fratello, non c'è stato un mezzo che quella notte sia uscito, ricorda Ivan. Quel pomeriggio del 18 gennaio Ivan, il padre e il fratello erano scesi in auto dalla piccola frazione di Crognaleto per prendere del combustibile necessario per far funzionare il generatore visto che in quei giorni la corrente mancava e per comprare dei farmaci indispensabili per dei familiari. «Io guidavo», racconta, «e quando siamo arrivati a Montorio ci siamo accorti che anche in paese mancava la corrente elettrica. Così abbiamo proseguito fino a Teramo dove abbiamo preso il gasolio e le medicine. Quando siamo tornati c’era molta neve e al bivio di Poggio Umbricchio la macchina si è fermata, non saliva più. Per un pò siamo rimasti in auto, ma a un certo momento c’era così tanta neve che le portiere quasi non si aprivano più. Abbiamo chiamato e chiesto aiuto e abbiamo sperato che prima e o poi passasse un mezzo spazzaneve. Poi siamo usciti non senza difficoltà dalla macchina bloccata dalla neve. Io ho preso le taniche di carburante e ci siamo incamminati a piedi. Io avanti e loro due dietro. L’ultimo ricordo che ho di mio padre è quando mi dice “Tu, intanto, va. Io non me la sento”». Le parole e i ricordi si muovono tra le ferite. «Quando sono arrivato a casa erano le due di notte passate e immediatamente gli altri familiari sono scesi per andare a cercarli» dice Ivan. I soccorritori li hanno trovati dopo molte ore, sepolti dalla neve. «Non hanno avuto giustizia e questo io non riesco a perdonarmelo», conclude, «tutto è passato, sono stati dimenticati. Come se negli anni duemila fosse normale morire assiderati per una bufera di neve».
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