Il giudice: «Era lucido e voleva uccidere»

30 Dicembre 2020

Le motivazioni della sentenza di condanna a 10 anni per l’operaio che ha cercato di ammazzare la ex con 14 coltellate

TERAMO. Lucido e determinato nel portare a termine un agguato mortale «con lo stigma», scrive il giudice Roberto Veneziano, «di una ferocia e di una risoluzione criminale che definire bestiale si appalesa finanche riduttivo». Le sentenze hanno una forza propria, sono frutto di un percorso rigoroso e approfondito. E spesso le parole delle motivazioni fermano il tempo e il respiro di chi legge. Il caso è quello di Fabiano Cistola, il 34enne operaio di Corropoli condannato a 10 anni al termine di un rito abbreviato per il tentato omicidio della ex fidanzata Giusy Montecchia, la donna di 39 anni ridotta in fin di vita con 14 coltellate.
VOLEVA UCCIDERE. Per il giudice Cistola voleva uccidere e «solo per pura fatalità la morte della donna non si è verificata grazie all’intervento di alcune persone che si trovavano ad assistere all’aggressione e alle tempestive cure dai medici dell’ospedale di Teramo». Per il magistrato «un agguato vilmente realizzato con fare fermo e proditorio sulla pubblica strada». La mattina del 22 febbraio dell’anno scorso, dopo aver squarciato con un taglierino la gomma dell’auto della ex, Cistola tornò a casa per prendere il coltello da cucina con cui pochi minuti dopo sferrò i 14 fendenti alla donna colpendola al ventre e al torace. Venne bloccato da alcuni passanti e commercianti della zona e arrestato dopo una breve fuga. I due si erano lasciati venti giorni prima e in questo arco di tempo l’uomo aveva più volte cercato di tornare con la donna. Ma lei, stanca del suo atteggiamento e di continue scenate, aveva deciso di chiudere definitamente la relazione durata sette anni e così aveva posto fine alla convivenza. Era andata a vivere da alcuni familiari a Tortoreto, sul lungomare Sirena. E proprio qui lui la mattina del 22 febbraio l’ha aspettata, accoltellata colpendola 14 volte al ventre e al torace con un coltello da cucina con una lama da 22 centimetri. Nelle motivazioni il giudice evidenzia «l’estremo determinismo criminale che aveva connotato quella tipologia di aggressione e che, nel contempo, rende l’idea che sia stato solo l’intervento del giovane passante ad impedire a Cistola di terminare l’azione.
ERA LUCIDO. Per il magistrato l’operaio al momento del fatto era lucido. Si legge a questo proposito a pagina 49 delle motivazioni: «La condotta del prevenuto, ormai fagocitato dall’ira e dalla rabbia innescata dalla consapevolezza di aver subito un affronto esistenziale ed affettivo di entità tale da dover essere necessariamente ripristinato con la più severa delle punizioni corporali, improvvisamente risentiva di un grave turbamento dell’animo e nell’equilibrio interiore di una persona tendenzialmente avvezza ad imporre al prossimo una personale visione della realtà improntata alla condivisione di una sottocultura della violenza che non può ammettere inversione di ruoli e che sempre più intensamente gli induceva insofferenza, incapacità di sopportazione dell’affronto, propensione alla incontrollata manifestazione dell’aggressività, incapacità delle proprie frustazioni: atteggiamenti emotivi che hanno sorretto tutto il divenire criminoso senza mai sconfinare nel patologicamente rilevante. Non può seriamente dubitarsi, pertanto (fino a prova del contrario), che l’aggressore avesse l’esatta percezione del significato delle proprie azioni al momento del fatto, come argomentabile alla stregua dei gesti calcolati e attenti, conservando identica lucidità e padronanza nel tempo successivo».
L’HA INSEGUITA. Nella ricostruzione il giudice più volte sottolinea il dato dell’inseguimento e scrive: «nella ricostruzione di una aggressione a mano armata che aveva visto il Cistola avventarsi, con rara determinazione sulla persona di Giuseppina Montecchia che stava provando a scendere dalla autovettura che aveva dovuto parcheggiare, imponendo alla stessa di far rientro nell’abitacolo, ove le aveva sferrato i primi fendenti con il coltello che brandiva nelle proprie mani, non esitando poi a rincorrerla nel momento in cui la stessa, sebbene fortemente menomata nei suoi movimenti a cagione delle gravi ferite già inferte, aveva cercato di tentare una via di fuga verso la spiaggia, frangente in cui era stata nuovamente colpita, ed infine posizionatosi sul suo corpo, riverso a terra in quanto privo di qualsivoglia energia residua, con la lama del coltello ben aderente alla parte della gola, intenzionato a darle il colpo decisivo».
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