Il maxi processo sull’acqua trasloca all’università

8 Maggio 2021

L’aula di corte d’assise è troppo piccola per dieci imputati, avvocati e parti civili Il 26 maggio udienza nel campus con l’audizione dei primi testimoni dell’accusa

TERAMO. È uno dei processi, quello sull’acqua, che più di altri paga le conseguenze della pandemia.
Le udienze, fino ad oggi, sono sempre state rinviate proprio per l’impossibilità di garantire il rispetto delle norme anti Covid che non consentono, nello spazio della Corte d’assise, di mantenere le norme del distanziamento sociale in un procedimento con dieci indagati, avvvocati e 12 parti civili ammesse. Una questione, quella della necessità di spazi più ampi, più volte sollevata dagli avvocati impegnati nel procedimento. Ma ora il processo in corso sull’acqua del Gran Sasso (che si svolge davanti al giudice monocratico Domenico Canosa) trasloca da palazzo di giustizia all’università. La prossima udienza, quella fissata per il 26 maggio, si svolgerà nell’aula magna dell’ateneo in uno spazio tale da poter garantire ogni distanziamento sociale.
In pratica è la prima vera udienza, ovvero quella in cui – a quasi un anno dall’apertura del dibattimento – prenderà il via l’audizione dei testi. Si parte con quelli della Pubblica accusa e la scaletta prevede che siano i militari del Noe, il nucleo operativo ecologico impegnati nelle indagini delegate dall’autorità giudiziaria. Nel procedimento, che vede imputati i vertici dell’Istituto di fisica nucleare, Strada dei Parchi e Ruzzo, la Procura (fascicolo dei pm Davide Rosati, Stefano Giovagnoni e Greta Aloisi) contesta l’inquinamento ambientale e il getto pericolose di cose.
Il processo è nato da un’inchiesta che ha posto sotto la lente di ingrandimento di investigatori e inquirenti l’intero sistema Gran Sasso, evidenziando quella che la Procura ha definito come un permanente pericolo di inquinamento delle acque. Decine di sopralluoghi e videoispezioni, le ricostruzioni dei tre super esperti incaricati dalla Procura teramana e le indagini dei carabinieri del Noe avrebbero infatti fotografato una realtà fatta di rischi e procedure ignorate. In un contesto, quello ipotizzato dalla Procura, in cui sarebbero emerse presunte interferenze tra i laboratori, le gallerie autostradali e il sistema di condutture delle acque con criticità mai sanate.
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