Il pg della Cassazione: Santoleri, le 2 condanne vanno confermate

La richiesta dell’accusa ai giudici: «A Simone 27 anni e al padre Giuseppe 18 come stabilito in Appello» Udienza a trattazione scritta davanti ai magistrati della prima sezione della Suprema Corte
TERAMO. Il sigillo della Cassazione a chiudere un caso finito alla ribalta della cronaca nazionale con il figlio e l’ex marito accusati di aver ucciso Renata Rapposelli, 64enne pittrice originaria di Chieti. Secondo i giudici di primo e secondo grado la donna è stata soffocata dal figlio Simone Santoleri, 49 anni, e dall’ex marito Giuseppe, 74 anni, nella loro casa di Giulianova. Per entrambi la Procura generale ha chiesto la conferma delle condanne nel corso dell’udienza che si è svolta ieri a trattazione scritta (cioè non in presenza) davanti ai giudici della prima sezione della Suprema Corte: la decisione, slittata a tarda sera, dovrebbe essere notificata nella giornata di oggi.
I giudici d’appello (Corte presieduta da Armanda Servino) hanno confermato la condanna a 27 anni per Simone Santoleri (24 per l’omicidio e tre per l’occultamento di cadavere) e ridotto da 24 a 18 quella per l’ex marito Giuseppe (16 per l’omicidio e 2 per l’occultamento di cadavere). Una differenza tra l’agire dei due che i magistrati d’Appello hanno evidentemente deciso di rendere ancora più sostanziale rispetto al pronunciamento di quello della Corte d’assise di primo grado: Giuseppe, durante un interrogatorio reso in carcere nel corso delle indagini preliminari, ha sostenuto che a soffocare la ex moglie sia stato il figlio Simone e che poi insieme si siano disfatti del cadavere ritrovato dopo svariate settimane sulle rive sponde del fiume Chienti, nelle Marche. Accusa sempre respinta dal figlio ha tentato il suicidio prima nel carcere di Pescara ingerendo farmaci e successivamente anche nel carcere di Viterbo dove si trova attualmente.
Per l’accusa (indagini del sostituto procuratore Enrica Medori) il 9 ottobre del 2017 la donna sarebbe stata soffocata nell’abitazione di Giulianova dei due congiunti per questioni economiche e poi portata sulle sponde del fiume.Un omicidio d’impeto con un movente economico: così, in 103 pagine di motivazioni, i giudici di primo grado hanno spiegato il perché della condanna. Secondo i magistrati, si legge a questo proposito nelle stesse motivazioni, «Giuseppe aveva maturato un’esposizione debitoria nei confronti della moglie e non aveva alcuna intenzione di adempiere. Simone aveva da tempo manifestato la volontà di far desistere la madre dal perseguimento delle somme dovute al marito a titolo di arretrati».
Giuseppe è difeso dall’avvocato Federica Di Nicola, Simone dall’avvocato Cristiana Valentini. La parte civile (rappresentata dall’altra figlia della pittrice e sorella di Simone) è assistita dall’avvocato Annamaria Augello. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

