Teramo futura

Il super parco fluviale gestito dalla comunità

Cittadini e istituzioni insieme per renderlo un luogo unico

TERAMO. Il destino di Teramo? È nel suo nome latino. Inter-amnia, città tra fiumi. Se c’è qualcosa che rende Teramo unica, sono i due parchi fluviali che ne cingono il centro storico con un anello ciclopedonale lungo 13 chilometri. Formalmente sono due parchi perché i corsi d’acqua sono due, ma in realtà è più giusto e semplice – e così faremo – parlare di un unico parco fluviale, come del resto i teramani sono abituati a fare.

LUOGO UNICO. Ebbene, questo parco a nostro avviso è un luogo eccezionale perché nello stesso tempo centrale e selvaggio, accessibile e incontaminato. A duecento metri dal palazzo della Asl può capitare di vedersi alzare in volo l’airone cinerino. Sotto il palazzo di giustizia e a due passi dal centro sportivo più grande della città sembra di stare in un piccolo canyon. Il tratto di Tordino che costeggia il lato sud del centro storico è immerso in una boscaglia da film. Nel contempo, le potenzialità del parco come luogo di aggregazione oggi sono sfruttate in minima parte. Vi si può passeggiare, correre o andare in bicicletta: stop. E, purtroppo, è anche un luogo soggetto a un degrado progressivo e – viste le difficoltà del Comune – inevitabile.

L’APPELLO. Da questo “status quo” nasce la nostra idea. Che è innanzitutto un appello. Sono i teramani, secondo noi, a dover prendere in mano la gestione e la cura di quello che è un patrimonio di tutti, nonché un’opportunità più unica che rara per la città di qualificarsi, farsi conoscere, fermare il declino. L’appello è presto fatto: siano i teramani che tengono al bene comune – i tanti che fanno parte di associazioni di volontariato, culturali e sportive o di comitati di quartiere, ma anche istituzioni cittadine come le scuole superiori e l’università – a scendere in campo. Ogni soggetto collettivo di buona volontà si prenda un pezzo del parco e lo tenga come fosse il suo giardino di casa. Intanto lo salverà dal degrado, poi potrà svilupparne le possibilità.

IL RUOLO DEL COMUNE. Il primo appello, ovviamente, è al Comune. Perché l’idea di un super parco a gestione collettiva si concretizzi è necessario che l’amministrazione cittadina faccia la prima mossa, stabilendo le regole. Un modello da seguire potrebbe essere il “Regolamento dei beni comuni” lanciato nel 2014 dal Comune di Bologna e adottato poi da molte altre città, ma si può anche elaborare un modello proprio. L’importante è che il Comune si dia la possibilità di farsi aiutare dai cittadini e che in cambio conceda loro delle cose. Tutto questo, del resto, è ben chiaro al sindaco Brucchi. È stato lui, anni fa, a lanciare un bando per la gestione di alcuni tratti del parco fluviale, andato deserto un po’ per sfiducia da crisi, un po’ perché poneva ai privati condizioni difficili. Ed è con Brucchi sindaco che in tre pezzi del parco si sta portando avanti una gestione partecipata: l’associazione “Amici del parco” cura e sorveglia l’area giochi-eventi sotto ponte San Ferdinando, un gruppo di giovani si occupa dello sgambatoio per cani sotto ponte San Gabriele, l’associazione alpini ha avuto in cura l’ex casa cantoniera di viale Cavour e il verde circostante, che fanno parte del percorso collinare di collegamento tra i due fiumi. Piccole cose rispetto al totale, ma sono esperienze da cui partire. Fatte le regole, ovviamente, il Comune non sparirebbe ma assumerebbe un ruolo di coordinamento e guida di un progetto di sviluppo del parco che lo renda attrattivo e inneschi un circolo virtuoso per la città. Per questo l’ente potrebbe designare una figura politica di riferimento (assessore o consigliere delegato poco conta).

IL PROGETTO DI SVILUPPO. Detto che la gestione collettiva del parco sarebbe già un “unicum” a livello nazionale, la nostra proposta vuole arrivare più lontano. Risolto il problema della manutenzione, i tratti urbani di Tordino e Vezzola si prestano a diventare luogo delle attività più disparate. Innanzitutto i due fiumi d’Interamnia potrebbero essere oggetto di un progetto di risanamento ambientale (sia dell’acqua che delle sponde) che faccia di essi un modello virtuoso a prova d’inquinamento ed esondazioni, in piccolo quello che hanno fatto a Londra con il Tamigi. Il Comune di Teramo è già in un progetto europeo sui corsi d’acqua, potrebbe intercettare fondi ad hoc. E istituzioni dotate di competenze scientifiche come università e Zooprofilattico potrebbero dare una mano. Sempre sul versante ambientale, le parti più selvagge e inaccessibili del parco potrebbero essere preservate come fossero oasi protette (le associazioni ambientaliste in questo possono giocare un ruolo fondamentale) e vi si potrebbe lavorare per tutelare e sviluppare la biodiversità. Ad esempio? Ad esempio creando piccole zone umide appetibili a determinate specie di anfibi, insetti ed uccelli. Una sorta di zoo diffuso che diventerebbe meta come minimo di scolaresche da ogni dove. Le zone più fruibili dall’uomo, invece, dovrebbero diventare – grazie alle associazioni che le avrebbero in cura – sedi naturali di eventi all’aperto di ogni genere: culturali, sportivi, aggregativi in senso lato. Il parco dovrebbe così essere il grande luogo di aggregazione che finora non è diventato, e se bisognasse realizzare qualche infrastruttura – la meno impattante possibile – e dei punti ristoro interverrebbero le istituzioni o finanziatori privati. Non guasterebbe fare del parco la sede di due-tre eventi annuali di respiro oltreregionale – esempi possibili? Una grande corsa podistica, un festival musicale, teatro o reading letterari... – che vi attirino visitatori e lo facciano conoscere. Un’altra potenzialità del lungofiume, che si sposerebbe con la presenza in città di un istituto agrario e di una facoltà universitaria di bioscienze e tecnologie alimentari, è la destinazione di alcuni suoi tratti ad orti urbani. Gli studenti potrebbero svilupparvi coltivazioni particolari, magari salvando delle tipicità a rischio. Insomma: ambiente ed eventi, uomo e natura. Gli obiettivi, in un luogo come il parco fluviale di Teramo, possono essere molto diversi. L’importante è renderlo realmente un patrimonio della città.

Il dibattito è aperto. Per commentare o integrare questa proposta, e farne altre sul futuro di Teramo, scrivete a red.teramo@ilcentro.it o utilizzate la nostra pagina Facebook.

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