Impresa con i beni del latitante: tolta la certificazione antimafia

12 Gennaio 2026

Società teramana aveva intestate villa e terre di Ursino, sorvegliato speciale legato alla ’ndrangheta. L’uomo in primo grado condannato all’ergastolo per l’omicidio Albi sulla strada parco di Pescara

TERAMO. Ai tecnici del ministero dell’Interno bastano poche righe per mettere nero su bianco quello che ritengono «un concreto e attuale pericolo di infiltrazione mafiosa». Così concreto da portare alla revoca dell’interdittiva antimafia, con tanto di cancellazione dall’Anagrafe antimafia degli esecutori, per un’impresa edile teramana a cui sono risultati intestati molti dei beni sequestrati a Natale Ursino, ritenuto dagli inquirenti pezzo da novanta della malavita calabrese con legami di ’ndrangheta.

Ursino – ora latitante e nel luglio scorso condannato in primo grado all’ergastolo con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio dell’architetto Walter Albi freddato a colpi di pistola sulla strada parco di Pescara – prima di essere irreperibile è stato per lungo tempo sorvegliato speciale a Teramo con obbligo di dimora in città e proprio durante la sua permanenza nel capoluogo ha messo insieme quello che inquirenti e investigatori non hanno esitato a definire un vero e proprio patrimonio del valore di circa due milione di euro tra immobili, terreni, un’attività artigianale, auto di lusso e collezioni di orologi Rolex.

Beni nella sua disponibilità intestati a cosiddette “teste di legno” che nel gennaio del 2025 sono stati sequestrati con dei provvedimenti emessi dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria nell’ambito di una procedura di prevenzione di natura personale e patrimoniale il cui iter è ancora in corso in attesa della confisca. Tra questi beni, in particolare, una villa a Frondarola e terreni risultati intestati all’impresa edile. E se le interdittive antimafia nel settore dell’edilizia possono essere considerate una spia accesa sulle infiltrazioni nel comparto, allora il provvedimento adottato dalla struttura per la prevenzione antimafia del ministero non può che destare allarme.

«Dagli elementi acquisiti», si legge nel provvedimento emesso dal dicastero guidato dal ministro Matteo Piantedosi a conclusione dell’istruttoria in cui è confluita la certosina informativa del comando provinciale dei carabinieri, «emerge con chiarezza un meccanismo di interposizione fittizia attraverso il quale la società è stata utilizzata quale mero schermo giuridico-formale per l’intestazione di beni nella disponibilità di Natale Ursino, che ne ha curato la gestione, tratto utilità diretta e mantenuto il controllo decisionale. Tale disponibilità effettiva è comprovata da plurimi indici oggettivi: l’assenza di iscrizioni degli immobili nei bilanci societari, la totale estraneità degli stessi alle finalità imprenditoriali, la gestione diretta da parte del soggetto sottoposto a misura di prevenzione e la coincidenza dei centri decisionali e finanziari con la sua sfera personale. Ne consegue una evidente incongruenza economico-funzionale tra i beni intestati e l’oggetto sociale della società. L’amministratore unico della società risulta privo di una reale autonomia gestionale e imprenditoriale, configurandosi quale prestanome funzionale alla gestione occulta del patrimonio».

Intanto il tesoro teramano di Ursino potrebbe ben presto essere destinato ad associazioni o enti pubblici, in particolare la villa e l’uliveto circostante. Con l’obiettivo prioritario di non far deteriorare i beni.

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