In carcere da innocente: risarcito

Ristoratore giuliese assolto dalla rapina, Stato condannato a pagare 70mila euro
GIULIANOVA. Otto mesi in carcere e quattro ai domiciliari da innocente per lo Stato valgono 70mila euro. Claudio Ridolfi, 66enne di Giulianova, incensurato, imprenditore nel settore alimentare e titolare di una paninoteca, sa che basta un attimo per seppellire una vita. Dopo essere stato arrestato con l’accusa di rapina aggravata e condannato in primo grado a quattro anni e mezzo, in Appello è stato assolto perchè il fatto non sussiste: qualche settimana fa ha ottenuto il risarcimento per ingiusta detenzione. Ma i suoi legali, gli avvocati Antonino Orsatti e Antonietta Ciarrocchi, hanno fatto ricorso in Cassazione per chiedere anche il riconoscimento del danno alla reputazione. «La sentenza della corte aquilana ci soddisfa nella parte in cui accoglie completamente la nostra tesi difensiva», dice Orsatti, «secondo cui la detenzione è stata ingiusta perchè applicata malgrado Ridolfi, sin dal suo arresto, avesse sempre proclamato la sua innocenza, raccontando in tutte le fasi processuali la stessa versione dei fatti ed indicando specifiche prove contrarie al costrutto accusatorio. Ma crediamo che i giudici avrebbero dovuto riconoscere il danno economico subito e soprattutto il danno alla reputazione». Ridolfi venne arrestato il 7 febbraio del 2012, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare, per rapina aggravata in concorso commessa ai danni di un giovane a cui aveva affittato un bar a Martinsicuro e con cui erano in corso delle diatribe di natura civilistica perchè, secondo Ridolfi, l’uomo non era in regola con i pagamenti. Per l’accusa la rapina sarebbe avvenuta cinque mesi prima, esattamente il 21 ottobre del 2011. Secondo gli inquirenti quel giorno Ridolfi avrebbe rapinato insieme a Thomas Di Eugenio (anch’egli arrestato, condannato in primo grado a 4 anni al termine di un abbreviato e primo ad essere assolto in appello perchè il fatto non sussiste) l’uomo a cui aveva dato in affitto il bar minacciandolo con un coltello e facendosi consegnare tremila euro che qualche ora prima gli aveva versato davanti ad un notaio a titolo di caparra confirmatoria per riottenere la licenza del locale. Accuse sempre negate. Ed è sull’attendibilità del denunciante che i magistrati d’appello hanno basato il provvedimento di assoluzione. «E’ innegabile», si legge a questo proposito nella sentenza di secondo grado, «che il giudice debba operare un vaglio approfondito di credibilità della persona offesa. La Suprema Corte si è spinta oltre, ammettendo che in talune situazioni possa essere necessario addirittura cercare dei riscontri».(d.p.)
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