In crociera prigionieri della guerra, Scocchia: «Che gioia tornare a casa a Bisenti»

Il geometra e presidente della Pro loco racconta il dramma: «Bloccati sulla nave a Dubai l’ultimo giorno di vacanza, abbiamo temuto davvero di non tornare»
BISENTI. «Un urlo di gioia di tutti i passeggeri è riecheggiato nell’areo appena atterrati a Roma. Simbolicamente è come se avessimo baciato la terra per un rientro che vedevamo sempre più incerto e lontano. In un attimo, la gioia ha preso il posto della paura che ci ha tormentato per giorni, anche se percepire la guerra così da vicino, con il boato dei caccia e delle esplosioni, e il suono ricorrente degli alert sul telefonino ci ha lasciati una sensazione che non dimenticheremo, è stata una vera lezione di vita». Sono le parole di Luciano Scocchia, il geometra di Bisenti che con la famiglia è rimasto bloccato per una settimana su una nave da crociera nel porto di Dubai, dopo gli attacchi in Medio Oriente che hanno coinvolto anche gli Emirati Arabi. Ora che è finita, Scocchia racconta la parte lieta della vicenda, dal rientro a Roma venerdì scorso con un volo charter da Dubai alla calorosa accoglienza dei concittadini.
«Un rientro che ha assunto un sapore indescrivibile», commenta Scocchia, presidente della Pro loco di Bisenti, «e che abbiamo sognato più volte durante le notti concitate di droni e aerei che passavano sopra le nostre teste». Un’odissea iniziata l’ultimo giorno di crociera quando la famiglia è rimasta bloccata in seguito alla chiusura dei porti e del traffico aereo. E dire che la crociera era un regalo che la famiglia Scocchia si era fatta per i 50 anni di mamma Rosanna, insieme anche ai figli Andrea e Giulia e che è trascorsa secondo i piani, tra le città avveniristiche e il fascino del deserto e «con nessun vento di guerra che si percepiva nell’aria», come tengono a precisare, «fino alla mattina del 28 febbraio». Ma dal pomeriggio dello stesso 28 febbraio, il giorno prima della partenza, è iniziato l’incubo, quando c’è stato l’attacco americano e israeliano all’Iran e la rappresaglia di quest’ultimo verso i Paesi del Golfo, Dubai compresa.
«Dopo l’ultima escursione di una settimana fantastica trascorsa da turisti, siamo risaliti sulla nave ancorata nel porto di Dubai, dove eravamo in sosta da due giorni, con la mente già in Italia», prosegue Scocchia. «La notte avremmo navigato e la mattina dopo avremmo ripreso l’aereo da Doha. Ma il comandante ci ha comunicato che c’erano dei bombardamenti in atto anche a Dubai e che la nave non sarebbe potuta ripartire. E tra gli oltre 5mila passeggeri, di cui più di 500 italiani, si è scatenato il panico». Un nervosismo che è aumentato, racconta ancora Scocchia, quando i passeggeri hanno iniziato ad assistere alle manovre belliche e, da lontano, ad alcune esplosioni.
«Mia moglie e mio figlio hanno intravisto l’attacco al consolato americano: prima un boato fortissimo e poi una nube di fumo che ha coperto l’orizzonte. Sopra di noi», va avanti, «soprattutto la notte, passavano aerei e droni, e appena sentivamo il rumore in lontananza uscivamo sui ponti della nave e guardavamo verso la città: se la gente viaggiava in macchina ci rassicuravamo. Ma spesso la calma, anche se solo apparente, veniva spazzata via dalle granate, mentre gli alert dei telefonini suonavano di continuo, un beep che ancora mi rimbomba dentro».
Alla famiglia Scocchia e ad altri italiani è stata prospettata la possibilità di ripartire dopo qualche giorno con un volo charter da Abu Dhabi, salvo poi scoprire che il velivolo non era più disponibile. Ed è iniziato il soggiorno forzato, con le attività ricreative che sulla nave sono proseguite senza sosta per rendere il clima meno pesante e con la compostezza tra i passeggeri anche nei momenti più delicati. «Sulla nave c’è stata civiltà nel gestire le emozioni e la tensione che avevano spazzato completamente l’ottimismo dei primi giorni e noi italiani abbiamo creato un gruppo Whatsapp per aggiornarci sulle notizie» spiega. «Tanta forza ci è arrivata dai moltissimi messaggi che ci hanno mandato da Bisenti e da tutto il Teramano, ma la cosa che più mi è rimasta impressa è che a bordo cercavamo di farci forza con uno sguardo silenzioso che parlava più di tante parole nelle diverse lingue».
Poi, giovedì 5 marzo, l’apparente svolta, con il comandante che comunicato a centinaia di italiani la partenza da Dubai la mattina dopo con due charter messi a disposizione dall’armatore. «Ma l’entusiasmo si è infranto di fronte alla cruda realtà», confida Scocchia, che spiega: «La notte tra giovedì e venerdì è stata la peggiore: sopra alle nostre teste c’è stato l’inferno di velivoli militari, sulla nave hanno chiuso per la prima volta i ponti e non potevamo uscire a vedere cosa stesse accadendo, non abbiamo chiuso occhio e abbiamo pensato di non tornare più». Ma la mattina seguente un segnale di speranza è arrivato da quel cielo tanto temuto: «Il sorvolo degli aerei di linea della Emirates è stata l’immagine più bella di tutta questa disavventura: se volavano gli aerei civili sarebbe arrivato anche il nostro, e così è stato!». Un’esperienza che ha segnato la famiglia Scocchia che ringrazia «l’efficienza del direttivo della Msc, la disponibilità dell’equipaggio e tutte le persone che ci sono state vicino perché in quei momenti sentire affetto e vicinanza ha fatto la differenza».
E aggiunge: «Vedere la guerra in televisione è triste, ma viverla, seppure da spettatore su una nave, è qualcosa che non si può spiegare. Ti rendi conto che sei un numero, che il mondo può cambiare in pochissimo tempo, che qualcosa che consideri lontana può toccarti da un momento all’altro e ti senti così dinanzi a qualcosa che è infinitamente grande e distruttivo. Allora guardi la tua famiglia, le tante persone vicino a te e che su quella nave ti hanno fatto sentire la loro presenza, ripensi ai momenti belli, al tuo paese, ai parenti e agli amici, agli eventi con la Pro loco, agli attimi di spensieratezza e anche alla noiosa routine. E realizzi che la pace è vita, è libertà, è la gioia ed è qualcosa che dobbiamo tenerci stretti».
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