In due a giudizio per tentato omicidio

Processo al 36enne che avrebbe sparato al direttore della Motorizzazione di Chieti e al presunto mandante, un pentito
TERAMO. Il presunto esecutore c’è, anche se si tratta di un killer mancato. Ci sarebbe pure il presunto mandante, un uomo la cui identità viene mantenuta segreta perché è un collaboratore di giustizia. Quello che manca, almeno per adesso, è un movente credibile, qualcosa che possa spiegare perché un tranquillo funzionario, il direttore della motorizzazione civile di Chieti, una mattina diventa il bersaglio di un attentato, finito, per sua fortuna, solo con un buco nella carrozzeria della macchina.
A tentare di dare un senso logico a questa apparentemente strana vicenda sarà il processo che si aprirà l’11 gennaio prossimo, così come ha stabilito il giudice dell’udienza preliminare Giovanni de Rensis che ieri ha rinviato a giudizio i due imputati: il 36enne di Silvi Doriano Mancinelli, (difeso dall’avvocato Gennaro Lettieri), ritenuto l’esecutore materiale dell’agguato, e il misterioso collaboratore di giustizia, arrivato ieri al tribunale di Teramo scortato da un nugolo di carabinieri in borghese. Entrambi sono in carcere – il primo a Castrogno l’altro in un penitenziario non indicato – per tentato omicidio.
L’8 giugno dello scorso anno, Nino Mario Presutti, 58 anni, direttore della Motorizzazione civile di Chieti, esce come ogni mattina dalla sua casa di Silvi per andare al lavoro. Dopo avere percorso poche centinaia di metri, la sua auto vien affiancata da uno scooter, condotto da una persona con un casco in testa e una pistola in mano. Il motociclista fa fuoco, ma non mostra la determinazione (e neanche l’abilità) di un killer: spara con una calibro 9 dall’alto verso il basso, colpisce lo sportello dell’auto e il proiettile si conficca nell’alloggiamento del finestrino. Un colpo solo. Mancato il primo, non ne spara un altro e si allontana. Presutti resta illeso, l’agguato è fallito, a meno che non dovesse essere solo un avvertimento – come pure si è ipotizzato durante le indagini – e in tal caso lo sparatore avrebbe invece mostrato un’abilità straordinaria. Le indagini appaiono subito complicate, proprio perché non si emerge con chiarezza chi possa avere avuto qualche motivo per sparare a Presutti. Qualcuno però lo ha fatto e nel marzo di quest’anno gli inquirenti arrivano a Mancinelli, arrestato a Londra, dove si trova per lavoro e, secondo la Procura, ci sono sufficienti elementi per ritenerlo l’esecutore dell’agguato. Le indagini, però, non si fermano e poco dopo gli inquirenti individuano anche il presunto mandante, un pentito che avrebbe dato l’incarico a Mancinelli dal suo rifugio segreto e iperprotetto. Si parla di una storia di mancati permessi per mezzi pesanti come possibile movente, ma un agguato con sparatoria appare sproporzionato, anche come avvertimento Una ragione, comunque, ci deve essere. Forse emergerà durante il processo, nel quale Presutti si è costituto parte civile perché – come ha riferito il suo avvocato Marco Femminella – «vuole capirci qualcosa».
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