Izzo: «Gli anni con Davigo e quei rapimenti risolti»

La lotta al crimine del generale, per 17 anni ai vertici dell’Arma provinciale «Il delitto Masi? Abbiamo fatto tutto il possibile, ma qualcosa non ha funzionato»
TERAMO. Gli anni di Milano sono quelli con il giovane pm Piercamillo Davigo destinato a diventare uno dei volti simbolo di Mani Pulite. Quando nel 1981 l’allora tenente dei carabinieri Igino Izzo arriva in Lombardia l’Anonima Sequestri imperversa e non dà tregua: il rapimento dell’imprenditore Giuliano Ravizza, patron delle pelliccerie Annabella, è solo uno dei tanti. Ed è in una lotta serrata e quotidiana contro i sequestri che Izzo diventa uno degli uomini di punta di quello che l’allora generale Enrico Ferrari, comandante della divisione Pastrengo, definirà il “Gruppo”, un manipolo di carabinieri che in quegli anni riuscì a riportare a casa decine di sequestrati spesso senza che i familiari pagassero il riscatto. «Anni difficili», ricorda Izzo, «ma di grande crescita sul piano professionale e umano». E quando nel settembre del 1998 arriva a Teramo, dopo essere stato al nucleo operativo di Napoli, Izzo porta nella sonnacchiosa realtà di provincia una grinta e un acume da investigatore che traggono linfa proprio da quegli anni. Ci resta fino al 2005 dopo aver guidato prima il reparto operativo e poi il comando provinciale con i gradi di colonnello. Oggi il generale Izzo, 64 anni, originario di Benevento, padre di due figli, in pensione dopo 35 anni trascorsi nell’Arma, ha scelto di vivere a Roseto con la moglie Manuela, «a cui devo tutto perchè ha rinunciato alla sua carriera per seguirmi nei vari spostamenti».
Quando è arrivato a Teramo che tipo di criminalità ha dovuto fronteggiare?
«Era quella che girava intorno allo spaccio, quella dei rapinatori della malavita pugliese. Prima di Teramo ero stato a Napoli dove avevo avuto a che fare con una criminalità di un certo livello. Quando venni a Teramo, però, capii subito che scavando si poteva arrivare a qualcosa e che non tutto era così come si voleva far credere. La mia volontà è stata subito quella di deprovincializzare il nucleo operativo dell’Arma. Ho capito subito che la qualità degli uomini c’era e che forse dovevano essere maggiormente motivati. Sono stati gli anni dei latitanti presi a Milano, soprattutto rapinatori con tanti colpi alle spalle, e di quelli bloccati in Svizzera per l’omicidio di un agente di polizia carceraria ucciso davanti ad una discoteca di Martinsicuro. Abbiamo inaugurato le azioni sotto copertura con un nostro maresciallo inviato in Libano per una grande operazione. Ma sono stati anche gli anni dei primi sequestri con la legge antimafia».
Sono stati anche gli anni di alcuni particolari omicidi: quello della prostituta Svetlana Koneva risolto in pochissimo tempo, ma anche quello dei coniugi Masi il cui assassino non è mai stato scoperto. Perchè?
«C’è stato qualcosa che non ha funzionato e non ha funzionato nei rapporti con l’allora procura. Siamo stati scollegati anche se questo non significa che l’avremmo risolto. Se guardo indietro credo di aver fatto tutto quello che si poteva fare, di aver svolto indagini complesse, di aver vagliato insieme ai miei uomini tutte le ipotesi che erano aperte. Per anni abbiamo lavorato ininterrottamente al caso non tralasciando niente, ma evidentemente qualcosa non è andato come avrebbe dovuto o come avremmo voluto».
Negli anni milanesi, dal 1981 al 1988, lei si è occupato di molti sequestri di persona. Che cosa l’ha colpita particolarmente?
«Volli andare a Milano quando nessuno ci voleva andare perchè sapevo che si stava vivendo un periodo particolare. Con la magistratura c’era un rapporto strettissimo, c’era un pool di magistrati che era una famiglia . Ogni sequestro è una storia a sè perchè ogni famiglia è diversa, ogni modo di reagire è diverso. Ricordo la liberazione dell’imprenditore Ravizza, quello delle pelliccerie. E, sicuramente, non dimenticherò mai gli occhi di Dario Mitolo, l’imprenditore milanese proprietario di una serie di laboratori analisi liberato dopo tre mesi chiuso in una stalla con una catena al collo. Ecco, i suoi occhi non riuscirò a scordarli mai».
Ci sono stati alcuni arrestati, in particolare legati al mondo dello spaccio di droga, che dopo la detenzione sono venuti a ringraziarla.
«Sì, è successo spesso. Mi hanno ringraziato per come sono stati trattati anche su fronti opposti. Perchè io ho sempre pensato che prima ditutto viene il rispetto delle regole».
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