«L’Africa? È il futuro dell’umanità»

Don Enzo Chiarini racconta la sua esperienza a Ryarusera dove, inviato dal vescovo Conigli, aiuta la popolazione dal ’71
TERAMO. Ha dedicato e continua a dedicare la sua vita al prossimo tra le alte montagne del cuore dell’Africa che tanto gli ricordano il suo amato Gran Sasso. Quasi mezzo secolo in Burundi per don Enzo Chiarini che ha superato guerre e dittature grazie al sorriso e all’accoglienza del popolo locale. Missionario "per caso” per l'intuizione dell’allora vescovo Abele Conigli, don Enzo nativo di San Pietro di Isola del Gran Sasso è diventato l’anima di una missione che da cinquant’anni porta assistenza nella regione della Ryarusera grazie anche alla onlus da lui fondata “ Dapadu” (Dalla parte degli ultimi). Don Enzo perchè ha scelto di dedicare la sua vita all’Africa? «Non è stata una mia scelta. Ero a Friburgo e monsignor Conigli mi chiese di tornare ad aiutarlo nella missione. Ci pensai un po', dissi di sì e partii nel '71. La strada è stata piena di sacrifici, tutti ricompensati da una grande soddisfazione. E vogliamo continuare su questo percorso».
Come mai accettò?
«Ascoltai Conigli perché lo stimavo e mi fidavo di lui. Era un grande vescovo: cinque anni fa ho scritto un libro per ringraziare questo testimone che ci ha dato la forza e il coraggio di continuare tra tante difficoltà».
Che cosa avete fatto per la Ryarusera?
«Abbiamo cercato di dare alla popolazione gli strumenti di base per vivere meglio come acquedotti, una chiesa, un ospedale, scuole, ponti, strade, istituito tre centri di mestiere e insegnato tecniche di coltivazione agendo sempre secondo i principi dell’umanità e mai usando la forza o lo sfruttamento».
Un volontario ha scritto “Ogni gesto di solidarietà significa tanto. I bisogni della popolazione si basano su richieste di esigenze vitali”.
«Quando ti privano dei diritti alla salute, alla casa, all’istruzione è duro vivere. La solidarietà arriva per garantire una vita dignitosa e sollevare il peso al prossimo».
Lei sostiene che “La gente del Burundi ha più da dare che ricevere”. Cosa vuole intendere? «Nelle zone interne come quella dove siamo c’è un rispetto per le persone più deboli che noi ce lo sogniamo. I malati, i carcerati, i bisognosi trovano sempre chi li aiuta e gli anziani vengono considerati “scrigni di sapere”. Nelle feste nessuno è escluso. La situazione cambia nelle città dove c’è indifferenza e si vive ispirandosi ai modelli europei».
La missione ha consentito a tanti ragazzi di studiare qui a Teramo. L’istruzione come strumento di emancipazione? «Lo studio è indispensabile per uscire dall’indigenza culturale: ti insegna, aprendoti la mente, l’arte di vivere ed è un forte strumento di difesa e di crescita».
Ha mai avuto paura di restare in Africa e ha vissuto momenti nei quali ha pensato di abbandonare la missione?
«Durante la guerriglia dal 1993 al 2005 giorno e notte si poteva incorrere o assistere alle sparatorie. Ma non mi sono mai sentito solo perché in tanti venivano a rifugiarsi in chiesa. Abbiamo condiviso e affrontato la paura e la speranza di uscirne vivi tutti insieme».
Che significa vivere la guerra?
«Non sai cosa ti accadrà e se ci sarà un domani».
Qual è il ricordo più bello e il più brutto di questi 47 anni?
«Il più bello è quando vedo i bambini che cantano in chiesa e lì mi sento davvero prete. Il più brutto è stato in piena guerra quando ho visto dodici cadaveri e 45 feriti giacere a terra».
Che cosa la rende più felice in quello che fa?
«L’accoglienza straordinaria e i sorrisi che ti donano le persone che incontro ogni giorno che riescono a riempirti la vita e a darti la forza per andare avanti».
E’ stato soprannominato “missionario in motocicletta”. Usa ancora la moto per spostarsi da un villaggio all’altro?
«Avevo una Enduro, ero l'unico ad averla, l’ho usata per anni. Quando arrivavo mi accoglievano in modo trionfale. L’ho venduta, ma ora lì è pieno di moto».
Che cosa pensa dei flussi migratori?
«In Africa vedono l’Italia come una terra promessa, ma invece di frutti prodigiosi trovano il gigante Golia. Noi cristiani dovremmo vergognarci per non intravedere una soluzione di giustizia e condivisione dei beni che eviterebbe guerre e spostamenti di massa di gente che si illude. Lo spostamento deve essere preventivamente programmato. Senza integrazione si rischia solo l’esclusione e le reazioni di gente rancorosa, delusa, con disfatte esistenziali». "
Si riferisce agli episodi di intolleranza?
«Purtroppo non c’è una società dell’accoglienza, ma esempi di accoglienza che non bastano e vengono a volte condannati come se la sensibilità verso il nostro prossimo fosse una colpa».
Che cosa le ha dato l’Africa?
«La soddisfazione e la gioia di valorizzare i talenti che il Signore mi ha donato, di non aver sprecato i giorni che Dio mi ha dato e di aver servito la Chiesa aiutando le persone più svantaggiate. Sono loro che ti fanno incontrare Cristo».
Se dovesse definire l’Africa in una parole come la definirebbe?
«È il futuro dell’umanità».
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