L’amica: Mihaela era terrorizzata lui aveva minacciato di sgozzarla

9 Febbraio 2021

La testimonianza della donna : «Negli ultimi tempi discutevano sempre, lei voleva la separazione» Il collega di lavoro dell’imputato: «Diceva di sentire delle voci, gli avevo consigliato un medico»

TERAMO. «Le aveva detto “Io ti sgozzo” e Mihaela viveva nel terrore di essere uccisa da lui». Le parole dell’amica Monica fermano il tempo perché la cronaca si riavvolge sempre in un’aula di tribunale. Ma in questa Italia di femminicidi senza fine, i numeri non bastano mai. Ci vuole sempre una faccia, una storia per capire che cosa perdiamo ogni volta, quale vuoto e quale scia di dolore si lasciano dietro. Come per Mihaela Roua, 32 anni, mamma di una bambina di sei. Tutto quello che sognava è sfumato in un attimo il 9 ottobre del 2019 quando il 36enne compagno connazionale Cristian Daravoinea, padre della bambina, l’ha accoltellata a morte nella loro casa di Nereto.
Davanti alla Corte d’assise (presieduta da Domenico Canosa, a latere Morena Susi) dove l’uomo è imputato di omicidio volontario aggravato i fatti inseguono una loro verità. Almeno giudiziaria. E la vita di Mihaela scorre nella parole di chi la conosceva. A cominciare dall’amica Monica. Si conoscevano bene visto che la vittima per un po’ di tempo aveva lavorato nella sua gelateria e quando si era trasferita nella nuova casa di Nereto le aveva fatto prendere in affitto quella di Corropoli. «Mihaela era una ragazza solare, piena di vita, innamorata della sua bambina e con una grande voglia di fare», racconta, «era una grande lavoratrice e non si stancava mai. Negli ultimi tempi la vita di coppia non era più quella di prima. Lei mi raccontava che da quando si erano trasferiti nella nuova casa ( quella acquistata da pochi mesi ndr) il rapporto tra loro due era cambiato. Discutevano sempre, non avevano più intimità, e c’erano molte pressioni psicologiche da parte di lui su di lei. Un clima pesante che si ripercuoteva soprattutto sulla bambina. La piccola, infatti, nell’ultimo periodo mangiava sempre meno e Mihaela l’aveva fatta vedere da molti medici. Le avevano detto che era una questione psicologica e che bisognava farla seguire con qualche terapia psicologica».
E ancora: «La situazione era insostenibile da quando lei gli aveva detto che voleva separarsi. Lui era diventato gelosissimo, si era fatto dare tutte le password di accesso ai vari social e la controllava. Mihaela mi diceva che aveva paura che potesse succedere una tragedia perché lui le aveva detto “se mi lasci ti ammazzo”. E quando lei gli aveva detto “se mi tocchi io ti denuncio”, lui le aveva risposto dicendole “io non ti tocco, io ti sgozzo”. Questo fatto Mihaela me lo aveva detto due giorni prima dell’omicidio. Lei mi aveva raccontato anche che in una occasione lui aveva cercato di abusare di lei e che lei aveva così tanta paura che dormiva nella stanza della bambina con la porta chiusa. Io le avevo detto di andare via, di prendere la piccola e uscire da quella casa». A raccontare l’ ultima tappa di Mihaela verso il destino è il nuovo datore di lavoro, il titolare dell’azienda tessile in cui la donna lavorava. «L’amicizia tra noi era diventata qualcosa di più», racconta l’uomo, «ci volevamo bene, avevamo una relazione ma non c’era stato niente di più di un bacio. Eravamo entrambi molto rispettosi delle nostre situazioni familiari, ma sapevamo che il nostro sentimento stava diventando qualcosa di grande. Mihaela mi diceva che negli ultimi tempi la situazione in casa diventava sempre più pesante. Quel 9 ottobre era uscita da lavoro alle 12.30 e sarebbe dovuta rientrare alle 13.30. Più tardi lo scuolabus lasciava la bambina davanti all’azienda. Ho provato a chiamarla ma non ha mai risposto e quando ho visto che non c’era nessuno a riprendere la piccola ho chiamato i vigili del fuoco che sono entrati in casa». L’ultimo ad essere sentito in aula è un collega camionista di Daravoinea. «Era un gran lavoratore», dice, «ma ultimamente le cose tra lui e la moglie non andavano. Un giorno venne da me e mi disse che in casa sentiva delle voci. Gli dissi di andare da un medico, di parlare con qualcuno». Si torna in aula tra due settimane. Con gli ultimi testi e forse con l’esame dell’imputato.
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