L’anello di Melania riconsegnato ai familiari

La Corte d’appello di Perugia accoglie la richiesta di dissequestro presentata dai genitori: torna a casa il solitario trovato a terra sul luogo del delitto
TERAMO. L’anello di Melania torna a casa. Dopo essere finito nei laboratori del Ris, aver dato ossigeno a interminabili salotti televisivi pronti a macinare vite e inchieste in attesa del prossimo caso, il gioiello trovato nel bosco di Ripe un mese dopo il delitto finisce nelle mani della famiglia Rea.
Lo hanno deciso i giudici della Corte d’Appello di Perugia accogliendo la richiesta di dissequestro presentata dall’avvocato Mauro Gionni, il legale dei Rea. Perchè se il sigillo giudiziario del caso fa a pugni con il moto dei sentimenti (dopo che la Cassazione ha eliminato l’aggravante della crudeltà il marito Salvatore Parolisi è stato condannato definitivamente a vent’anni di reclusione proprio a Perugia), i genitori hanno chiesto di poter avere gli oggetti di una figlia massacrata con 35 coltellate.
E tra questi c’è l’anello, quello che secondo la ricostruzione degli inquirenti la donna lanciò contro l’uomo al termine della lite nel bosco di Ripe, pochi istanti prima di essere uccisa. Un piccolo solitario, quello di una storia d’amore diventata storia di bugie e morte. L’anello, così come le borse di Melania, fino ad oggi è rimasto sotto sequestro: elemento di indagini e di ricostruzione, indizio tra gli indizi in una storia in cui ogni tessera ha dovuto trovare la sua esatta collocazione nel puzzle finale. Quello uscito indenne da tre gradi di giudizio. Perchè se i tecnicismi giuridici sostanziano il pronunciamento dei giudici ermellini che hanno annullato con rinvio il processo di secondo grado, l’essenza non cancella le certezze acquisite in quattro anni di indagini e perizie, di ricostruzioni e testimonianze.
Quel 18 aprile del 2011 ad uccidere la giovane mamma di Somma Vesuviana fu il marito Salvatore Parolisi, all’epoca caporal maggiore dell’esercito. Non fu un delitto premeditato ma d’impeto: perchè, hanno stabilito i giudici riconoscendo quell’imbuto passionale sempre sottolineato dalla procura, «ormai stretto in un tunnel, incapace di scegliere tra la moglie e l’amante».
Parolisi, da quattro anni detenuto nel carcere teramano, anch’egli destinatario di decine di lettere di fans (come la cronaca racconta dai tempi di Pietro Maso in poi), protagonista di una pagina Facebook con duemila iscritti convinti della sua innocenza, ripete che non ha ammazzato sua moglie, che l’ha tradita ma non uccisa. Che quel giorno di aprile è rimasto a far dondolare la figlia sull’altalena del pianoro di Colle San Marco, mentre Melania è sparita alla ricerca di un bagno.
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