L’artigiano ed ex pesista massacrato con 14 coltellate

25 Ottobre 2016

TERAMO. Nessuna legittima difesa e nessuna attenuante: per i giudici di primo e secondo grado è stato un omicidio volontario. Sedici anni la condanna di primo grado al termine di un rito abbreviato,...

TERAMO. Nessuna legittima difesa e nessuna attenuante: per i giudici di primo e secondo grado è stato un omicidio volontario. Sedici anni la condanna di primo grado al termine di un rito abbreviato, quindici quella d’appello diventata definitiva per Mounaim Diab, all’epoca dei fatti 19enne e reo confesso dell’omicidio di Max Costantini. Il 69enne ex pesista ed allenatore venne ucciso con 14 coltellate nel capannone della sua ditta di San Nicolò il 17 novembre del 2008. Il giovane marocchino da subito sostenne di aver perso la testa e di aver agito in un impeto di rabbia per difendersi da presunte avances sessuali dell’uomo. Ma nessun giudice gli ha riconosciuto delle attenuanti. Mounaim Diab, incensurato, venne arrestato dalla squadra mobile cinque giorni dopo il delitto nella casa di alcuni conoscenti. Prima agli investigatori e poi al magistrato ha sempre detto di aver perso la testa e di aver ucciso Costantini con un coltello trovato sul posto in un momento di rabbia, per difendersi dalle avances sessuali dell’artigiano. Una prima coltellata mortale alla testa, mentre gli altri segni trovati durante l’autopsia sono stati inferti in parti non vitali: piccoli tagli molto superficiali. Il coltello, forse un taglierino, non è mai stato ritrovato: il giovane disse di essersene disfatto buttandolo. Nei mesi dopo il delitto inquirenti e investigatori hanno continuato a cercare nuovi riscontri e ulteriori elementi. Rispetto alla versione di Diab c’era, in particolare, un dubbio, poi chiarito da ulteriori riscontri medici, legato all’ora della morte dell’artigiano. Secondo i risultati dell’autopsia Costantini sarebbe deceduto tra le 20 e le 22 del 17 novembre, mentre il ragazzo ha sempre detto di aver ucciso l’ex atleta intorno alle 15 e di essere poi tornato a casa con l’autobus, lo stesso mezzo con cui era arrivato nel capannone dopo un appuntamento concordato per parlare di lavoro.

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