L’autopsia: «Renata è morta soffocata»

Consegnata in Procura la consulenza dei medici legali su tutti gli esami svolti, esclusa anche l’ipotesi avvelenamento
TERAMO. Le certezze dell’autopsia scandiscono la dinamica di un delitto. Quello di Renata Rapposelli, la 64enne pittrice teatina che per inquirenti e investigatori è stata uccisa a Giulianova dall’ex marito e dal figlio Giuseppe e Simone Santoleri , da marzo in carcere con l’accusa di omicidio.
Nelle centinaia di pagine consegnate nei giorni scorsi alla Procura i medici legali Antonio Tombolini e Loredana Buscemi concordano sulla morte per asfissia. Lo fanno al termine di esami complessi e dettagliati fatti sui resti del corpo che hanno escluso ogni altra ipotesi: da quella di eventuali colpi di arma da fuoco o armi da taglio a quella dell’avvelenamento già scartata dalla consulenza affidata al tossicologo Giampiero Frison. La donna, dunque, è morta soffocata dopo essere stata strangolata.
Un accertamento reso sicuramente difficoltoso dalle condizioni di avanzato stato di decomposizione del cadavere di Renata Rapposelli, scomparsa nell’ottobre scorso dalla sua abitazione di Ancona e ritrovata un mese dopo sul greto del fiume Chieti, a Tolentino. La consulenza medico-legale, uno degli ultimi atti rimessi all’autorità giudiziaria dopo gli accertamenti dei Ris sul materiale sequestrato nell’abitazione dei Santoleri e che hanno escluso ogni traccia della pittrice, scandisce anche i tempi di un’inchiesta (quella del sostituto procuratore Enrica Medori) che ormai si avvia alla conclusione evidentemente con una richiesta di rinvio a giudizio o di giudizio immediato per i Santoleri attualmente detenuti in due carceri diversi: l’ex marito in quello di Castrogno e il figlio a Lanciano. I due hanno sempre respinto ogni accusa sostenendo che quel 9 ottobre dell’anno scorso hanno incontrato la donna a Giulianova ma poi l’hanno accompagnata a Loreto e qui lasciata. Di diverso avviso inquirenti e investigatori di due Procure (quella di Ancona prima e quella di Teramo dopo il passaggio per competenza territoriale) secondo cui Giuseppe e Simone hanno ucciso la 64enne quel 9 ottobre dell’anno scorso quando lei si è recata nella loro abitazione giuliese dopo aver preso un treno da Ancona, la città in cui viveva dopo la separazione da Giuseppe.
Lo hanno fatto in casa al termine di una lite scoppiata per questioni economiche, in un contesto familiare di rancore e odio.
Poi i due, sempre secondo l’accusa, hanno chiuso il cadavere in una busta, lo hanno nascosto nella loro macchina per qualche giorno, coperto con un grosso scatolone e trasportato fino a Tolentino per liberarsene in una scarpata sulle rive del fiume Chienti. Lasciando traccia del loro passaggio a bordo della Fiat seicento in quelle immagini catturate dalla telecamera di una strada della zona. Per la Procura uno dei tanti indizi che porterebbero ad individuare nei due gli assassini di Renata; per la difesa (rappresentata dagli avvocati Gianluca Carradori, Gianluca Reitano e Alessandro Angelozzi) nessuna prova per accusare padre e figlio.
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