L’ex capo dei vigili in aula: «Così facevo le multe dalla mia auto»

Cava è imputato per falsità ideologica nell’ambito del processo sulla cosiddetta “Multopoli” L’accusa: agiva anche per ottenere l’indennità di risultato prevista all’epoca dal Comune
ROSETO. Quando il giudice Franco Tetto gli chiede il perchè di un’iniziativa che lo stesso magistrato definisce «quantomeno anomala» il capitano Tarcisio Cava, ex capo della polizia municipale di Roseto risponde: «Quell’anno c’erano state solo due multe per il transito con il semaforo rosso. E’ stata una mia iniziativa nel rispetto delle norme, ho usato la mia auto e non quella di servizio perchè sulla mia c’era la cappelliera su cui poggiare la macchina otografica».
Parte da qui la cronaca di un’udienza ricca di testi che in una lunga mattinata esaurisce l’istruttoria dibattimentale del processo in cui l’ex comandante (assistito dall’avvocato Pietro Referza) è imputato per falsità ideologica nell’ambito della cosiddetta “Multopoli”. La Procura (fascicolo del pm Davide Rosati e vpo d’udienza Roberta Roccetti) contesta a Cava l’emissione di 1023 verbali tra ottobre e dicembre 2013 nei confronti di altrettanti automobilisti dopo essersi appostato a bordo della sua vettura munito di macchina fotografica con cui fotografare e filmare al semaforo di piazza Ungheria e a quello lungo la statale 150, all’altezza di Campo a mare. Tre le tipologie delle infrazioni: attraversamento dell’incrocio con il semaforo rosso, uso del telefonino al volante e guida senza cinture. Sostiene la Procura nel capo d’imputazione Cava «attestava falsamente l’impossibilità di procedere alla contestazione immediata dell’infrazione adducendo di essersi trovato “a bordo del proprio veicolo nell’opposta direzione di marcia”, mentre invece risultava che il prevenuto, in violazione delle norme di prevenzione e sicurezza stradale, aveva parcheggiato il proprio veicolo nei pressi di intersezioni stradali regolate da impianto semaforico sincronizzato e si era limitato a rilevare le targhe delle autovetture che, asseritamente commettevano le violazioni al codice della strada, omettendo di procedere all’immediata contestazione, pur potendo procedere al fermo del veicolo che circolava con direzione di marcia opposta».
Tra i testi in aula l’ispettore di polizia Stefano Di Stefano, delegato dalla Procura all’indagine (che il giudice definisce «certosina») e che nella sua dettagliata audizione ricorda come quell’anno l’allora amministrazione comunale avesse previsto di incamerare circa 400mila euro dalla multe e come fosse previsto un premio di risultato per il coma. Argomento, quest’ultimo, su cui è stata sentito l’allora dirigente comunale Rosaria Ciancaione. In aula, sempre come teste, anche Michele Petrosino, alla guida del comitato di multati oggi parte civile (rappresentati dall’avvocato Daniele Di Furia). Per la cronaca la maggior parte delle multe è stata annullata dal giudice di pace.
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