L’imprenditrice resta agli arresti I giudici: può inquinare le prove

10 Agosto 2024

Il Riesame respinge la richiesta di revoca dei domiciliari e dice no alla possibilità di uscire per lavoro «Sapeva quello che accadeva, era lei a fornire i pasti ai lavoratori sfruttati, li puniva e li insultava»

TERAMO. No al permesso di andare a lavorare, no alla revoca degli arresti domiciliari «per il concreto pericolo di inquinamento probatorio»: i giudici del tribunale del Riesame scandiscono un altro, e significativo visti i termini usati, passaggio dell’inchiesta sul presunto caso di caporalato ai danni di un migrante per cui un giovane imprenditore agricolo teramano è in carcere e sua madre in detenzione domiciliare.
Il provvedimento dei magistrati aquilani riguarda la donna, la 50enne Nicoletta Di Fabio, di fatto titolare dell’azienda agricola di Sant’Atto gestita dal figlio 25enne Marco Di Francesco ma con un altro lavoro, finita ai domiciliari con l’accusa di aver violato il divieto di dimora a Teramo a cui era stata sottoposta inizialmente nell’ambito dell’inchiesta in cui i due sono indagati per sfruttamento del lavoro e intermediazione illecita. Secondo i giudici del Riesame, così si legge nel provvedimento, «l’episodio di infrazione contestato all’indagata, lungi dal fatto di rappresentare un fatto di modesto rilievo, denota la tendenza della Di Fabio a disobbedire ai provvedimenti dell’autorità». Secondo il collegio (presieduto dalla giudice Elvira Buzzelli, a latere Guendalina Buccella e Jolanda Di Rosa) la donna «ha preso parte in prima persona alla condotte di sfruttamento dei lavoratori presenti nell’azienda, consentendo il loro reclutamento a condizioni a dir poco degradanti e vessatorie. Come correttamente sostenuto dal gip la Di Fabio, nella qualità di titolare dell’azienda, non poteva non essere a conoscenza delle condizioni disumane in cui i lavoratori venivano tenuti; d’altronde era l’indagata a provvedere al sostentamento dei lavoratori fornendo loro i pasti neppure garantiti con cadenza quotidiana. Del pari, sussistono le esigenze cautelari rinvenibili nell’indole delinquenziale della prevenuta che non ha mostrato alcuna resipiscenza in ordine ai fatti contestati, i quali denotano un concreto pericolo di recidivanza e di inquinamento probatorio. Desta particolare preoccupazione l’episodio del rifiuto di consegnare i pasti ai lavoratori che nell’occasione erano arrivati in ritardo; altresì non possono non sottolinearsi le condizioni mortificanti in cui lavoratori erano costretti a vivere oltre che le aggressioni verbali risultati dalla messaggistica con la parte offesa». La donna è assistita dall’avvocato Franco Patella, mentre il figlio dall’avvocato Lidia Serroni.
Intanto è stato fissato a settembre l’incidente probatorio del migrante marocchino che accusa i due. Un interrogatorio che servirà a cristallizzare le accuse dell’uomo anche in previsione del fatto che, in considerazioni dei tempi dei fascicoli processuali, potrebbe non esserci al momento di un eventuale dibattimento. Proprio a questo aspetto ha fatto riferimento la Procura (pm titolare del fascicolo Francesca Zani) che nella richiesta ha scritto: «È un cittadino straniero privo di documenti di identità e permesso di soggiorno. Sussiste un fondato motivo di ritenere che lo stesso non verrà reperito in dibattimento al fine di rendere l’esame testimoniale».
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