«L’inchiesta sul Borexino svelò un sistema insicuro»

23 Maggio 2017

Il pm Mancini quindici anni fa coordinò le indagini sul trimetilbenzene nel fiume: «Solo dopo vennero fatti i lavori per garantire l’impermeabilizzazione»

TERAMO. Quando quindici anni fa si occupò dell’inchiesta sullo sversamento del trimetilbenzene dai laboratori di fisica nucleare, per la cronaca il caso del Borexino, il disastro ambientale era ancora ben lontano dall’essere codificato come reato: lo diventerà solo nel 2014 con l’introduzione nel codice penale dei “delitti contro l’ambiente”.
David Mancini, oggi sostituto procuratore alla Distrettuale dell’Aquila e all’epoca in servizio alla Procura teramana, riuscì a ricostruire tutto il complesso sistema Gran Sasso incrociando testimonianze e consulenze, mettendo insieme trenta faldoni che oggi sono la memoria storica del sistema acqua e non solo. «L’inchiesta sul Borexino all’epoca permise di scoprire che il traforo, la captazione delle acque e i laboratori di fisica erano tre sistemi non separati, non impermeabili», dice oggi il magistrato, «solo dopo sono stati fatti dei lavori di messa in sicurezza del sistema. Ora si tratta di capire se quei lavori hanno garantito una soglia accettabile di sicurezza solo dei laboratori oppure se sono stati degli interventi che hanno messo in sicurezza l’intero sistema montagna».
I lavori sono quelli finalizzati ad evitare contatti tra acqua potabile e sostanze inquinanti, quelli seguiti dal commissario Angelo Balducci (successivamente coinvolto nell’inchiesta per gli appalti del G8) nominato dal governo nel 2003 a seguito dello stato d’emergenza proclamato subito dopo l’incidente del 16 agosto del 2002, quando il trimetilbenzene usato per l’esperimento del Borexino finì prima in un fosso e poi nel fiume Vomano . «Presumo che all’epoca tutto venne fatto come si deve», dice Mancini, «anche perchè prima di dissequestrare la sala dei laboratori dove era in programma l’esperimento del Borexino passò del tempo proprio perchè c’erano degli interventi indispensabili da dover fare». Di una cosa è convinto il magistrato: con quell’inchiesta si ottennero tre risultati che non esita a definire «ottimi e insperati». «Si chiarì dopo un periodo di allarme iniziale che l’acqua si poteva bere», dice, «si accertarono le responsabilità di quello che era successo capendone il meccanismo e si concluse la vicenda giudiziaria con dei patteggiamenti evitando quello che sarebbe stato un complesso e lunghissimo processo». L’inchiesta sullo sversamento del 16 agosto di quindici anni fa si concluse con patteggiamenti e oblazioni per gli undici imputati, tra cui gli allora vertici dell’istituto di fisica nucleare, per reati quali lo scarico di acque reflue industriali non autorizzati, lo sversamento di sostanze tossiche e pericolose, il deturpamento delle bellezze naturali, la violazione degli obblighi di notifica. Al termine dell’inchiesta cadde il reato più grave, quello di avvelenamento delle acque. «Le complesse indagini e le corpose consulenze affidate a professionisti esperti», conclude Mancini, «non riuscirono a dimostrare concretamente che c’era stato l’avvelenamento delle acque del Vomano con lo sversamento del trimeltibenzene, un idrocarburo. E quando si va in un’aula di tribunale servono prove concrete. Va detto, inoltre, che all’epoca non c’erano tutte quelle norme specifiche per i reati ambientali, a cominciare proprio dal disastro».
Ma Mancini la beve l’acqua del rubinetto? «L’ho sempre bevuta e continuo a berla».
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