L’omicidio del piccolo Jason arriva in Cassazione
TERAMO. Approda in Cassazione l’omicidio del piccolo Jason, il bambino di appena due mesi che nel 2011 venne ucciso, secondo l’ accusa, dal padre Danny Pruscino con il concorso della mamma Katia...
TERAMO. Approda in Cassazione l’omicidio del piccolo Jason, il bambino di appena due mesi che nel 2011 venne ucciso, secondo l’ accusa, dal padre Danny Pruscino con il concorso della mamma Katia Reginella. In appello i giudici hanno ridotto la condanna da 25 a 18 anni per la donna e confermato l’ergastolo per l’uomo. Il delitto avvenne a Folignano, piccolo centro alle porte di Ascoli . Lui originario di Corropoli, lei di Nereto, entrambi poco meno che trentenni, ma già con una vita familiare difficilissima e tormentata alle spalle. Jason non era il loro primo figlio: ne avevano avuti altri due, ma erano stati dati in affidamento dal tribunale dei minori perché avevano subìto dei maltrattamenti riportando delle lesioni permanenti. Secondo quanto stabilito nei processi di primo e secondo grado, Pruscino, in uno scatto di ira o s lo avrebbe sbattuto contro un mobile perché il piccolo piangeva e lui non lo sopportava. Per l’avvocato Vincenzo Di Nanna, difensore della donna, «sarebbero stati violati diritti umani fondamentali». Secondo il legale «si è creato e alimentato il mostro della mamma assassina, utile solo per le speculazioni di certa stampa. Eppure la verità emerge perfino dalle contraddittorie motivazioni della sentenza, dove si ammette infatti che la Reginella, priva di ogni sostegno da parte dei familiari, conviveva con Pruscino subendo condotte violente e maltrattamenti del compagno, oltre all’allontanamento dei due precedenti figli avuti dallo stesso, conseguiti al riscontro di traumi e lesioni sui bambini da parte di servizi sociali». L’avvocato chiede ai giudici della Suprema Corte di voler rivedere tutto l’iter processuale. «La decisione frettolosa della corte d'assise d’appello di Ancona di voler giudicare i fatti prescindendo dal contesto familiare in cui si sono svolti appare assolutamente illogica e irrazionale, al punto da far ritenere il totale difetto di motivazione. Ma vi è di più: prescindendo infatti anche dalla evidente condizione d'infermità mentale dell'accusata, la sua comprovata scarsa capacità di critica e autocritica, l'inadeguato esame di realtà e il plausibile scompenso di tipo psicotico provocatole dalla morte del figlio, l'Accusa è arrivata al punto di procedere all'interrogatorio facendo mimare all'imputata, mediante un bambolotto, la condotta assassina del marito, contro la dichiarata volontà di lei, rendendo così palese la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo ai danni di una madre affetta da ritardo mentale che, al momento della morte del figlio, non si trovava neppure nella stessa stanza».
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