La Cassazione riduce la pena a Parolisi

Per la Suprema Corte ha ucciso la moglie ma senza l’aggravante della crudeltà, nuovo processo a Perugia
TERAMO. Il sigillo della Cassazione fa a pugni con il moto dei sentimenti. Perchè se anche per la Suprema corte è stato il caporal maggiore Salvatore Parolisi ad uccidere la moglie Melania Rea, quei 30 anni inflitti in Appello (dopo l’ergastolo con il rito abbreviato del primo grado) vanno rideterminati. Al ribasso.
Senza l’aggravante della crudeltà che ha blindato l’accusa di un omicidio non premeditato ma d’impeto di una giovane mamma massacrata con 35 coltellate e lasciata agonizzante. Perchè in un delitto d’impeto la giurisprudenza ben distingue quello che definisce «parossistico furore» (un dolo d’impeto) e un agire crudele. Se i tecnicismi giuridici sostanziano il pronunciamento dei giudici “ermellini” che hanno annullato con rinvio il processo di secondo grado, l’essenza non cancella le certezze acquisite in quattro anni di indagini e perizie, di ricostruzioni e testimonianze.
Il verdetto è stato emesso dalla prima sezione penale della Suprema corte dopo circa tre ore di camera di consiglio. «Parolisi è stato ritenuto definitivamente colpevole dalla Cassazione che ci ha dato ragione: volevamo che fosse individuato l'assassino di Melania, e l'assassino ora c’è. La quantità della pena non ci interessa, è un fatto secondario in questa drammatica vicenda»: così commenta l'avvocato Mauro Gionni difensore di parte civile in nome dei familiari della vittima.
Soddisfatto l'avvocato Valter Biscotti, che ha assistito Parolisi insieme a Titta Madia, Federica Benguardato e Nicodemo Gentile, «perchè adesso la condanna a trent'anni di reclusione non esiste più e si farà un nuovo processo seppure limitatamente all'annullamento dell'aggravante della crudeltà deciso dalla Cassazione». Nella sua lunga requisitoria, il sostituto procuratore generale della Cassazione Maria Giuseppina Fodaroni, parlando per circa un'ora e mezza davanti al collegio della prima sezione, aveva difeso la sentenza d'appello definendola «senza sbavature». Per il pg, questo processo indiziario è stato caratterizzato da una «folta messe di indizi che vanno tutti nella direzione della colpevolezza di Parolisi con riguardo alla prova logica, scientifica, alle testimonianza e alla disamina del suo comportamento».
La verità dell'omicidio, così come la ha riassunta Fodaroni, «è che Parolisi ha ucciso la moglie per l'intensificarsi delle pressioni alle quali era sottoposto da parte della sua amante e dalla moglie». Alla soldatessa amante, infatti, Parolisi aveva promesso che per le imminenti vacanze di Pasqua sarebbe andato con lei ad Amalfi per conoscere i suoi genitori: alla ragazza, della quale era l'addestratore in caserma, Parolisi aveva garantito di aver formalizzato la separazione da Melania. Alla moglie, invece, aveva promesso che a Pasqua sarebbero andati a Somma Vesuviana dai familiari di Melania. Da questo «imbuto» , dicono i giudici, Parolisi ha cercato di uscire accoltellando per 35 volte la moglie fino a farla morire dissanguata dopo averla lasciata agonizzante nel bosco teramano di Ripe di Civitella. Qualche giorno dopo ha poi infierito sul corpo della donna con dei segni sulle gambe. Eliminata l'aggravante della crudeltà, la Cassazione ha confermato quella di aver agito su una persona in condizioni di «minorata difesa». Melania, ha ricordato il pg, «era totalmente inerme quando fu colpita di spalle e non si poteva muovere perché aveva i pantaloni abbassati fino alle ginocchia. Ha cercato di muoversi ma non ha avuto scampo». Il nuovo processo tra qualche mese alla corte d’appello di Perugia.
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