La difesa chiede una nuova perizia

Omicidio Rea in Cassazione: per i legali l’impronta insanguinata non è di Parolisi
TERAMO. La difesa si prepara ad affrontare la Cassazione e torna a puntare sull’impronta insanguinata per chiedere un nuovo processo d’appello per l’ex caporal maggiore dell’esercito Salvatore Parolisi accusato di aver ucciso la moglie Melania Rea e condannato a 30 anni in secondo grado. Il delitto, consumato nel bosco di Ripe di Civitella il 18 aprile del 2011 quando la donna venne massacrata con 35 coltellate, il 10 febbraio arriverà all’esame dei giudici della Suprema Corte. Si tratta dell’impronta di scarpa insanguinata isolata dagli investigatori alla base del chiosco del bosco. Parolisi continua a ribadire che quella impronta non è la sua. La Corte d’Appello dell’Aquila ha ritenuto l’analisi di tale traccia non necessaria ai fini della decisione, rigettando così la richiesta di approfondimento avanzata dalla difesa già in apertura del processo di secondo grado. Quell’impronta non è riconducibile a calzature indossate nè da Melania, nè da altri che hanno transitato successivamente sulla scena del delitto. Sostiene Nicodemo Gentile, uno dei difensori del caporal maggiore: «Noi siamo convinti e ribadiamo, così come già fatto, che potrebbe trattarsi di un’ impronta di piccole dimensioni, sicuramente non superiore al numero 40, mentre Parolisi calza il 43. Questo elemento potrebbe aprire scenari diversi, confermando la validità delle ragioni della difesa che ha chiesto alla Cassazione di annullare la sentenza appello sotto questo profilo rinviando al nuovo giudice affinchè effettui un’analisi tecnica approfondita sull’impronta».(d.p.)
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