La figlia di Santoleri: «Mi dispiace, ma io con loro due ho già chiuso»

La donna dopo il suicidio del padre: «Potevo aspettarmi quello che ha fatto, io ho voltato pagina» Si è costituita parte civile contro il genitore e il fratello nei processi per l’omicidio della madre
TERAMO. Ha cambiato città nel tentativo di ricominciare a vivere. Come figlia, come sorella. Perché le famiglie non le scegli e per Maria Chiara Santoleri niente è stato facile. «Mi dispiace per quello che è successo e che potevo aspettarmi, ma io con loro due ho già chiuso e per sempre» dice senza mai pronunciare le parole papà o fratello. Lo ripete all’avvocato Anna Maria Augello che l’ha assistita nella sua veste di parte civile al processo per l’omicidio della madre Renata Rapposelli, la pittrice di Chieti. È stata lei che ieri mattina l’ha informata della morte del padre Giuseppe Santoleri, il 74enne pensionato di Giulianova suicida nel carcere di Castrogno dove stava scontando una condanna definitiva a 18 anni per aver ucciso insieme al figlio Simone la ex moglie. «È una donna molto provata da quella che è stata la sua vita in quella famiglia», dice il legale, «e ha tutto il diritto di ricominciare a vivere».
E la sua vita da figlia e da sorella, negli anni trascorsi a Giulianova con il padre e ad Ancona con la madre, Maria Chiara Santoleri l’ha raccontata in un’aula di tribunale nel processo di primo grado quando il 20 maggio del 2019 davanti alla Corte d’assise di Teramo disse: «Quando da Giulianova siamo andati a vivere ad Ancona dove mamma aveva iniziato a lavorare alla Poste a casa tra i miei volavano piatti. Dopo la separazione sono rimasta a vivere con la mamma ma lei aveva un grave problema che era quello dell’accumulo seriale di tutto quello che poteva trovare e comprare. A casa non c’era posto nemmeno per sedersi. A un certo punto mi sono accorta che per me era difficile poter andare avanti. Sono andata vivere con Giuseppe fino a quando non mi ha lasciata a casa di un persona in cui aveva preso una stanza ed è scomparso».
A Santoleri da qualche tempo era stato diagnosticato il morbo di Parkinson e la demenza senile. Proprio per le sue condizioni di salute l’avvocato Federica Di Nicola, che lo ha assistito dal processo di secondo grado, aveva presentato una istanza al tribunale di sorveglianza dell’Aquila per scontare la pena in una residenza sanitaria che aveva già dato la sua disponibilità. Nell’udienza del 6 giugno, la seconda nell’arco di qualche mese, il tribunale aveva rinviato a luglio scrivendo nel provvedimento: «Il collegio valutate le risultanze istruttorie ritiene di dover rinviare la trattazione del procedimento al fine di acquisire, tramite apposita perizia del presidio sanitario interno, una diagnosi di natura psichiatrica e/o psicologica, con particolare riferimento alla sussistenza di eventuali patologie in atto, all'assunzione o meno di terapia farmacologica, di quali farmaci si tratti, nonché rispetto alla eventuale presenza di demenza senile e in che grado e misura essa interferisca sulle capacità cognitive e mnemoniche del detenuto». Un rinvio che Santoleri, così aveva detto sia al suo avvocato sia ad alcuni detenuti, non avrebbe aspettato: «In questo modo non riesco più ad andare avanti».
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