«La mia Melania non ha avuto giustizia»

Parla papà Gennaro Rea: «Se dovessero riconoscere le attenuanti a Parolisi, allora tanto vale rimetterlo in libertà»
TERAMO. Dalla vita ha preso più pugni di quanti potrà mai restituirne. Perchè sapere che tua figlia è morta per una disgrazia è un conto, scoprire che è stata ammazzata è qualcosa che non lascia margine, non concede pietà. Da quando la sua Melania è stata massacrata con 35 coltellate e lasciata agonizzante in un bosco, papà Gennaro Rea asciuga ogni retorica: «Non posso dire che mia figlia ha avuto giustizia perchè non l’ha avuta. Dico solo che se dovessero riconoscere le attenuanti a Parolisi allora tanto vale rimetterlo in libertà».
Tre gradi di giudizio in cinque anni hanno stabilito che Melania Rea è stata uccisa dal marito, l’ex caporal maggiore Salvatore Parolisi. Dall’ergastolo del primo grado con il rito abbreviato Parolisi è passato ai trent’anni in appello e, successivamente al ricorso in Cassazione che ha eliminato l’aggravante della crudeltà, agli attuali vent’anni. Vent’anni che potrebbero non essere definitivi perchè l’ex militare a giugno tornerà davanti alla Suprema Corte per chiedere il riconoscimento delle attenuanti generiche e quindi uno sconto di pena. Tecnicismi giuridici di cui papà Gennaro non sa che farsene. «Parolisi chiede che gli venga riconosciuto il fatto che fosse incensurato e che, da militare, ha fatto delle missioni di pace», dice, «ma come si fa a premiare una persona che ha ucciso, mentito, oltraggiato? Nessuna sentenza potrà ridarmi mia figlia, ma non è giusto che chi ha ucciso paghi sempre di meno per quello che ha fatto».
A casa Rea cinque anni dopo quel 18 aprile del 2011 la figlia che non c’è più è in mille pensieri, ricordi, azioni, foto. «Melania aveva solo 29 anni e una bambina da crescere», dice Gennaro, «il marito l’ha uccisa con 35 coltellate, l’ha lasciata agonizzante in un bosco e dopo qualche giorno è tornato ad oltraggiare il corpo per depistare le indagini. Ma per i giudici questo non vuol dire essere crudeli. Da padre spero che nessuno debba mai trovarsi nella situazione che viviamo io e mia moglie. Melania ci riempiva la vita e con il passare degli anni la sua assenza ci pesa sempre di più, anche se abbiamo nostra nipote che ci riempie le giornate».Parolisi, da qualche tempo trasferito dal carcere teramano a quello militare di Santa Maria Capua Vetere, destinatario di decine di lettere di fans e protagonista di una pagina Facebook con duemila iscritti convinti della sua innocenza, continua a ripetere che non ha ammazzato sua moglie, che l’ha tradita ma non uccisa. Che quel giorno di aprile di cinque anni fa è rimasto a far dondolare la figlia sull’altalena del pianoro di Colle San Marco, mentre Melania spariva alla ricerca di un bagno. «Parolisi ha sempre mentito», dice papà Gennaro, «ha mentito a noi, agli investigatori che cercavano la verità. Ha sempre raccontato bugie ma nonostante questo è stato premiato dalla giustizia e forse lo sarà ancora. Ma io non mi aspetto niente. Io e la mia famiglia viviamo nel dolore per Melania e ogni giorno cerchiamo di essere il meglio per sua figlia che oggi è la nostra unica ragione di vita».
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