La Procura: Simone merita l’ergastolo

4 Settembre 2020

Chiesti il carcere a vita per Santoleri junior e 24 anni per il papà Giuseppe, oggi tocca ai difensori del figlio e poi la sentenza

TERAMO. La dinamica di un omicidio prende forma nel silenzio, irreale e inconfondibile, di un’aula di Corte d’assise. Al pm Enrica Medori servono quasi sei ore per srotolare i fotogrammi del prima e del dopo, affidandosi alle certezze di consulenze tecniche e intercettazioni, ma anche alle intuizioni di ricostruzioni logiche che ormai da tempo la Cassazione ha messo a fondamento di processi indiziari. Come spesso sono quelli per omicidio. Una requisitoria attenta e meticolosa conclusa con la richiesta dell’ergastolo per il 46enne Simone Santoleri e di 24 anni per il 70enne padre Giuseppe, entrambi di Giulianova, accusati di aver ucciso la madre ed ex moglie Renata Rapposelli, la 64enne pittrice originaria di Chieti il cui corpo venne ritrovato un mese dopo la scomparsa in una scarpata di Tolentino. In una Corte d’assise riunita ai tempi del Covid con i giudici rigorosamente divisi da pannelli in plexiglass (mascherina obbligatoria per tutti), la penultima udienza del processo inizia alle 10 e si conclude poco prima delle 19 con la requisitoria del pm a scandire la maggior parte delle ore. In aula solo Giuseppe che poco prima delle 13 chiede di poter andare via. Simone ha scelto di non esserci.
IL MOVENTE ECONOMICO. Inizia dal prima il pm Medori, dal ritratto di rapporti familiari difficili, soprattutto quelli tra Simone e la mamma con lui che ripete sempre di essere stato abbandonato dalla donna e che, raccontano alcuni detenuti compagni di cella, dice: «Quella mi ha rovinato la vita da viva e me la rovina da morta». Sullo sfondo rapporti interrotti da anni, riaccesi in tutta la loro drammaticità da quella sentenza con cui il tribunale civile di Ancona aveva disposto per la donna il pagamento di un assegno mensile di 200 euro da parte dell’ex marito. Perché Renata, raccontano gli amici del gruppo di preghiera a cui si era legata ad Ancona dove viveva ormai da più di vent’anni, aveva notevoli difficoltà economiche. Oltre a 200 euro la sentenza aveva stabilito il pagamento di tremila euro di arretrati che, dice il sostituto procuratore, «per Simone che gestiva tutti i soldi del padre erano diventati una sorta di ossessione». Perché spiega « quelli che conoscono Simone, a cominciare dalla ex compagna, sono tutti concordi nel dire che con Simone sui soldi non si scherzava». Quei soldi da dare alla mamma erano diventati un problema e tutti i tentativi fatti per dissuadere la donna, anche rivolgendosi alla sorella che ormai da anni aveva chiuso i rapporti con tutti, erano falliti. E allora, ricostruisce il pm, il marito dice a Renata che Simone ha un tumore e che deve subire un intervento chirurgico. Una bugia. «Ma solo per questo», incalza la Medori, «Renata che da 10 anni non andava a casa dell’ex marito a Giulianova si convince ad andare. Lo fa perché è una mamma». E sottolinea come quel giorno del 9 ottobre 2017, quello in cui prende il treno da Ancona per raggiungere Giulianova, la donna preleva 40 euro con il bancomat: «E per una persona che vive con 200 euro al mese 40 euro non sono certo pochi».
IL DELITTO. Il 9 ottobre del 2017 Renata Rapposelli arriva a Giulianova intorno alle 13. Alla stazione trova ad attenderla l’ex marito che l’accompagna nella casa di via Galilei dove vivono lui e Simone. Alle 15.39 di quel giorno il telefono cellulare della donna smetterà per sempre di funzionare con una disconnessione dati. Simone racconterà che i genitori hanno cominciato a litigare per motivi di soldi e che lui invita il padre a riaccompagnare la madre a casa. Racconterà che Giuseppe la porta fino al santuario di Loreto e poi torna indietro. La Pubblica accusa, tra intercettazioni, testimonianze e consulenze tecniche, sostiene altro. Secondo la Procura quel giorno tra i tre scoppia una furibonda lite per i soldi con i vicini di casa che sentono le urla provenire dall’appartamento, con padre e figlio che soffocano la donna (i due si sono accusati reciprocamente) e poi aspettano il calare della notte per caricare nella Fiat Seicento il corpo chiuso in buste della spazzatura acquistate il 25 settembre in un centro commerciale. La stessa macchina che nessuna telecamera ha mai ripreso nell’ipotetico tragitto verso Loreto ma che qualche giorno dopo il 9 ottobre viene immortalata a Porto Sant’Elpidio, vicino a Tolentino. Secondo l’accusa con il cadavere nascosto nel bagagliaio.
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