La Unionalpha chiude, 17 lavoratrici a casa

29 Dicembre 2018

Campli, la Fiom Cgil denuncia: «La proprietà non vuole concedere un anno di cassa integrazione»

CAMPLI. Chiude un’altra fabbrica nel Teramano. E 17 lavoratrici stanno per andare a casa, a quanto pare senza alcun “paracadute”. Lo annuncia in una nota il segretario provinciale della Fiom Cgil Mirco D’Ignazio, che scrive: «La Unionalpha spa è un’azienda, di proprietà della famiglia Perugini, leader in Europa nel cablaggio elettrico degli elettrodomestici con sede principale a Comunanza (Ascoli). Oltre a diversi siti nell’Europa dell’est, nella maggior parte dei casi aperti negli ultimi anni, l’azienda ha uno stabilimento nel comune di Campli nel quale sono attualmente occupate 17 lavoratrici, ma che in passato è arrivato ad avere punte di 40 dipendenti. Lo scorso mese di novembre l’azienda, nelle persone del presidente Remo Perugini e dell’amministratrice delegata Francesca Perugini, nel corso di un incontro in sede istituzionale alla presenza di Pierluigi Babbicola, responsabile per il Cpi di Teramo del Servizio relazioni industriali, ha comunicato la decisione di chiudere l’unità produttiva teramana, esprimendo anche la volontà di trovare un accordo che attenuasse il più possibile l’impatto sociale ed economico di questa scelta».
D’Ignazio continua: «Nel corso dei diversi incontri che si sono poi succeduti presso la Provincia di Teramo, però, l’azienda ha respinto tutte le richieste sindacali, a partire da quella di un anno di cassa integrazione per cessazione, strumento che avrebbe attenuato l’impatto economico e fornito l’opportunità per una riconversione del sito e il mantenimento occupazionale. Tale richiesta era motivata anche dalla consapevolezza che la situazione dell’occupazione in provincia non permette la perdita neanche di un posto di lavoro, mancando opportunità di rioccupazione, ancor più, come in questo caso, di lavoro femminile. Ma l’azienda, opponendo ragioni di immagine, opportunità e possibili richieste di finanziamenti per altri siti, non ha voluto percorrere questa strada. Ad oggi, l’unica disponibilità, è stata quella ad un trasferimento nel sito di Comunanza: una struttura situata a 60 chilometri, in un territorio montano e non collegato da mezzi pubblici. Una scelta che implicherebbe un trasferimento definitivo, con gli ovvi problemi e conseguenze, in particolare per delle lavoratrici donne, molte delle quali anche madri».
La Fiom, nel ribadire contrarietà alla chiusura del sito, ritiene «assolutamente necessario che l’azienda torni sulle proprie scelte» e che, nell’incontro del 9 gennaio, «si riesca a chiudere in maniera soddisfacente una vicenda che altrimenti assumerebbe contorni davvero poco edificanti. Non vorremmo, infatti, doverci trovare a commentare l’ennesimo impoverimento occupazionale del territorio e le condizioni di lavoro a cui, proprio a causa del rischio di perdere il lavoro, molte lavoratrici sono state costrette a sottostare in questi anni», conclude D’Ignazio.(red.te)