«Legami forti e gioia nei miei 70 anni di vita sacerdotale»

Don Giovanni Bruni racconta la sua esperienza da parroco: «Porto sempre nel cuore l’affetto e i sorrisi di tutti i fedeli»
TERAMO . «In ogni comunità parrocchiale, per me grande famiglia, ho lasciato un pezzo della mia vita: a guidarmi sono stati spirito di sacrificio, dedizione, pace nel cuore, ma soprattutto il sorriso e la gratitudine dei parrocchiani». Parole piene di commozione mentre in mano stringe le fotografie in bianco e nero dell’ordinazione sacerdotale nel duomo di Teramo il 28 giugno del 1953 ricevuta dall’allora vescovo Amilcare Battistelli. Parole che si tingono di ricordi e di nostalgia quelle di don Giovanni Bruni che nella casa parrocchiale a Colleparco racconta i suoi 70 di sacerdozio con lo stesso entusiasmo e l’emozione della prima volta che ha indossato l’abito talare. «Le immagini, le persone e le vicende della mia vita e del mio sacerdozio, come in un film, hanno attraversato la mia mente e in un attimo è come se li avessi vissuti un’altra volta», confida il 94enne nato a Bellante che dal 2014 è parroco emerito della chiesa di San Gabriele dell’Addolorata e domenica è stato festeggiato dai parrocchiani.
Don Giovanni, lei proviene da una famiglia che ha definito “di intensa vita cristiana”. Quando ha deciso di diventare sacerdote?
«La maestra delle elementari mi indirizzò al seminario e decisi di andarci per studiare e non per vocazione. Ma quando varcai la soglia mi colpì e mi avvolse lo sguardo luminoso del rettore don Pacifico Mignini e mi innamorai del sacerdozio. Durante la guerra mondiale il seminario fu chiuso, ma l’allora parroco di Villa Penna don Nicola Di Matteo attrezzò un piccolo seminario in casa. Poi ripresi gli studi al liceo e al corso di teologia a Chieti e finalmente diventai sacerdote: un’emozione indescrivibile e una vita dedicata al prossimo».
Che bambino è stato?
«Ero molto vivace e a casa mi chiamavano affettuosamente Giovannino. Mia madre Maddalena mi ha insegnato che l’Eucarestia, la Madonna e lo Spirito Santo devono orientare le nostre vite. Non ho mai fatto missioni all’estero, ma ero un grande amico di don Enzo Chiarini che ha dedicato la propria vita al Burundi. Volevo andare anch’io in Burundi, ma il vescovo mi volle qui. Il legame con don Enzo nacque quando io ero parroco di Isola e lui di San Pietro. Eravamo molto diversi caratterialmente e come impostazione pastorale, ma avevamo grandi affetto e stima. Un legame grande anche quello con San Gabriele e il santuario dove collaboravo».
Una personalità decisa la sua tanto da opporsi all’allora amministrazione di Isola finendo alla ribalta nazionale.
«Era il novembre 1985 e da maggio, quando c’erano state le elezioni, ancora non si era formata l’amministrazione per la litigiosità sugli assessorati, nonostante stessero chiudendo i cantieri del traforo e c’era una disoccupazione dilagante. Invitai a spegnere le illuminazioni natalizie e feci sapere che non avrei dato la comunione ai venti consiglieri. La gente si schierò al mio fianco e per Natale si insediò il consiglio comunale tanto che la notte della viglia invitai i consiglieri in chiesa per scambiarci il segno di pace».
A Sant’Onofrio lottò per la costruzione della casa parrocchiale e per la scuola media.
«La Curia voleva dissuadermi per non farmi fare debiti, ma in una lettera scrissi: “Andrò avanti con prudente audacia” e così fu grazie alle tantissime donazioni. E lasciai la casa parrocchiale per essere adibita a scuola».
Quando arrivò a Colleparco non c’era nemmeno la chiesa?
«All’inizio celebrai la messa sotto il portico di un palazzo, poi una famiglia ci affidò un locale. Ci siamo uniti per avere la nostra chiesa che è frutto di un miracolo: tra l’incendio del tetto, il crollo di un muro e un’alluvione, se non ci fosse stata una mano dall’alto non sarebbe andata così. Ci siamo sempre rialzati, una comunità che ha sempre fatto squadra uscendone vincente».
Ha incontrato vari Papi, cosa ricorda di loro?
«Pio XII lo incontrai durante la preparazione all’ordinazione. Giovanni Paolo II l’ho incontrato a Teramo nel 1985 quando da responsabile della liturgia gli preparai la messa; a Roma nell’aula Nervi quando gli portammo a benedire la prima pietra della chiesa di Colleparco e quando andammo con il coro “Stella alpina”. Una persona dal grande carisma, con un’aura di santità e spiritualità. Papa Francesco l’ho incontrato nell’anno della misericordia».
Qual è uno dei ricordi più belli di questi 70 anni?
Il legame unico con i miei parrocchiani che mi hanno dato tanto, soprattutto i giovani ai quali ho dato sempre un orientamento di vita basato sui valori della fede, vita vissuta e impegno nel sociale».
Lasciare la parrocchia è stata una decisione sofferta?
«Il passaggio di testimone a don Enzo e poi a don Giuseppe è stato sereno e fiducioso. Con loro ho un bellissimo rapporto e con Giuseppe trascorro tanto tempo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

