Lettera di minacce a Santoleri padre

19 Marzo 2019

Sei pagine dattiloscritte anonime arrivano a Castrogno inviate dal carcere di Lanciano dov’è detenuto il figlio Simone

TERAMO. Sei pagine manoscritte per minacciare, intimidire, spaventare Giuseppe Santoleri. Rigorosamente anonime e con una sola certezza: la busta arrivata nel carcere di Castrogno, dove l’uomo è detenuto, risulta inviata dall’ufficio postale che si trova vicino alla casa circondariale di Lanciano, la struttura in cui è recluso il figlio Simone.
Il caso dell’omicidio di Renata Rapposelli, la 64enne pittrice di origine teatina per il cui assassinio sono indagati l’ex marito Giuseppe e il figlio Simone, si arricchisce di un nuovo capitolo destinato a diventare ulteriore materia del processo in corso ai due uomini imputati per omicidio volontario aggravato.
Perché a fine novembre in un interrogatorio davanti al pm Enrica Medori (titolare del fascicolo) Giuseppe Santoleri ha accusato il figlio Simone di aver soffocato la mamma nella loro casa di Giulianova (dove la donna era arrivata da Ancona) al termine dell’ennesima lite scoppiata per questioni economiche, di non aver detto nulla per paura e di averlo successivamente aiutato a disfarsi del corpo della donna trovato un mese dopo la scomparsa in una scarpata di Tolentino.
Una versione, quella del padre, sempre smentita dal figlio e arrivata dopo che per quasi un anno i due hanno raccontato di aver riaccompagnato la donna a Loreto e qui di averla lasciata dalla notte. Ricostruzione sconfessata da tutti gli accertamenti fatti da investigatori e inquirenti.
E mentre il processo in corte d’assise prosegue con l’audizione dei testi citati dalla Pubblica accusa, le indagini sul caso non si fermano visto che nei giorni scorsi la Procura ha chiesto ed ottenuto il sequestro della lettera arrivata nel carcere di Castrogno e indirizzata a Giuseppe Santoleri. Lettera su cui molto probabilmente sarà disposta una perizia calligrafica. La missiva è arrivata appena qualche giorno fa ed è stata lo stesso Giuseppe a farla vedere agli agenti di polizia penitenziaria che hanno immediatamente segnalato il caso agli inquirenti. E così sono scattati i primi accertamenti su quelle sei pagine scritte a mano in cui si minaccia Giuseppe per aver accusato il figlio Simone, in cui la parola papà ricorre spesso e volentieri, in cui si mette in guardia Giuseppe dal dire altre cose. Tutto rigorosamente anonimo, ma il fatto che la busta sia stata inviata dall’ufficio postale che si trova vicino al carcere di Lanciano sicuramente è un assist non di poco conto per gli investigatori e inquirenti che hanno già le idee chiare sull’autore della missiva.
Intanto lunedì si torna in aula. Davanti alla corte d’assise presieduta da Flavio Conciatori (a latere Lorenzo Prudenzano con i sei giudici popolari più i due supplenti) altri testi della Pubblica accusa dopo gli amici della donna e i primi investigatori marchigiani che hanno lavorato sul caso prima che per competenza territoriale l’inchiesta passasse dalla Procura di Ancona a quella di Teramo. La Corte, nella prima udienza, ha ammesso tutti i mezzi di prova tra cui anche le intercettazioni ambientali e telefoniche e per cui è stato già affidato l’incarico per la trascrizione.
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