Limoncelli: i miei anni a Teramo con Pasolini, Moravia e Pertini

Lo storico gallerista e animatore della vita culturale racconta i grandi personaggi portati in città «Di questo patrimonio credo non sia rimasto niente, mi guardo intorno e non vedo nessuno»
TERAMO. Raccontare per mantenere la memoria. L’unico antidoto all’assuefazione alla “cultura” imperante degli aperistreet e di città diventate “non luogo”. E allora Pier Paolo Pasolini che passeggia sul corso teramano, Alberto Moravia e Dacia Maraini che prendono il caffè in un bar del centro, Renato Guttuso e Natalia Ginzburg a cena nello storico “Cantinone”, Ernesto Treccani e Sandro Pertini in piazza Martiri non sono solo immagini in bianco e nero di una Teramo che fu ma zattere a cui aggrapparsi. Lo sa bene Pasquale Limoncelli, 87 anni a gennaio, gallerista e operatore culturale, da sempre anima critica della sinistra, fondatore della casa della cultura Levi e del circolo culturale Gramsci, strenuo sostenitore e difensore di una cultura «che è soprattutto patrimonio di tutti noi». Negli anni sessanta di una città che abbatteva il suo storico teatro per inseguire il futuro di un’ insegna al neon della Standa, Limoncelli allora giovane segretario della Fgci mandava un telegramma a Pasolini per invitarlo a Teramo. Venne per la prima volta il 21 novembre del 1960 e nel ridotto del cineteatro Apollo per tre ore rispose alle domande del pubblico parlando, ben 58 anni fa, di un tema come la difesa dalla globalizzazione. «Un uomo di una intelligenza superiore, precursore dei tempi» ricorda Limoncelli. Tornerà in città tante altre volte per presentare libri e film tra cui “Il Vangelo secondo Matteo”, per mangiare scrippelle ’mbusse e, così li chiamò in un articolo su Il Giorno, “maccaroni alla ghitarra”.
Pasolini in quegli anni venne molte volte a Teramo rispondendo sempre sì ai suoi inviti. Storica l’immagine di lui che passeggia per un corso innevato. Che idea si era fatto di questa città?
«Quando venne la prima volta per un dibattito organizzato al ridotto del cinema Apollo rimase molto colpito dalla vivacità del dibattito, dalle domande arrivate dal pubblico, dalla sala piena. Senza conoscerlo l’avevo invitato dopo aver sentito in piazza un comizio di Lorenzo Di Poppa che ne parlava male e lui aveva risposto qualche giorno dopo dicendo sì al mio invito. Quella sera, durante il dibattito, un ragazzo gli chiese che cosa pensasse di D’Annunzio e lui rispose: «Pessima persona, pessimo soldato, pessimo poeta», e poi compì un gesto con la mano per andare oltre. Tornò l’anno successivo immortalato nella storica foto scattata in corso San Giorgio e poi ancora nel 1964 per presentare il film “Il Vangelo secondo Matteo” e ad Alba Adriatica in occasione del premio Mazzacurati».
Quando lo ha visto per l’ultima volta?
«Lo incontrai nella sua casa all’Eur nel 1975, qualche mese prima che fosse assassinato. Mi trovavo a Roma per altro e senza avvertirlo decisi di andarlo a trovare nell’abitazione in cui viveva con la mamma e la cugina. Fu gentile e disponibile come sempre anche se era molto impegnato perchè stava lavorando ad uno scritto teatrale. Parlammo per oltre un’ora e mi sorprese la sua domanda: “Come sta Di Poppa?”. Era il mese di luglio, a novembre venne ucciso».
Tra i tanti personaggi diventati negli anni suoi amici c’è Sandro Pertini, venuto più volte a Teramo come presidente della Camera. Come lo conobbe?
«Io conobbi Pertini a Roma nel 1968 in ospedale. In quel periodo Marino Mazzacurati (noto pittore e scultore, ndr) era malato e io tre volte a settimana mi recavo in ospedale. Lo conobbi lì e negli anni la nostra amicizia si è consolidata. Ricordo l’invito per il suo 93° compleanno festeggiato con la famiglia e pochi intimi nella sua casa di Roma e porto con me il ricordo di un grande uomo nelle piccole e nelle grandi cose. Quando da presidente della Camera venne nel Teramano c’è un episodio che non scorderò mai. Lo avevamo riaccompagnato al treno e lui volle salutare i due poliziotti locali che per tutto il giorno lo avevano seguito. Gli strinse le mani e poi dalla tasca prese 10mila lire per ciascuno. I due poliziotti rimasero sbalorditi, dissero che non potevano prenderli, che era tutto a posto. Ma lui disse: avete dei bambini a casa? Ecco, comprate dei cioccolatini per loro e dite che li manda Pertini. Un gesto di grande attenzione che non dimenticherò mai. Come non scorderò mai quelle volte che ci siamo visti alla Camera e poi al Quirinale, quando era diventato presidente della Repubblica. Mi chiedeva sempre cosa gradissi e io rispondevo: presidente, va bene un caffè. Quando il commesso veniva, lui prendeva i soldi dalla sua tasca e pagava e inutili erano i no dell’imbarazzato commesso che continuava a dire “presidente non serve”. Durante una delle visite a Teramo aveva assaggiato il cacio marcetto e gli era piaciuto molto. Tutte le volte che andavo a trovarlo gli portavo un vasetto di questa specialità abruzzese».
E poi c’è quella sua uscita a Nereto quando entrò nel ristorante con la sala per gli uomini e quelle per le donne.
«Era il 1975 e Pertini presidente della Camera venne Teramo per una giornata di incontri. Tra questi quello a Nereto per il conferimento della cittadinanza onoraria. Dopo la cerimonia era previsto un pranzo. Quando entrammo nel locale in cui era previsto e ci sedemmo al tavolo lui si guardò intorno e notò che in quella stanza c’erano solo uomini mentre le donne presenti alla manifestazione erano in un’altra stanza. E allora disse: ma che è successo? Perchè questa cosa? Qualcuno dell’organizzazione aveva previsto questa separazione. In pochi attimi i tavoli furono cambiati e questa separazione non ci fu più. Successivamente a Nereto lo abbiamo ricordato con una statua inaugurata alla presenza della vedova Carla Voltolina. Una bella giornata, con lei contenta di ricordare Pertini».
E poi ancora Renato Guttuso, Carlo Bo, Dario Fo, Alberto Moravia, Ernesto Treccani, Carlo Levi. Il premio Nobel Fo, in particolare, amava guardare le stelle dall’osservatorio di Collurania
«Tutte le volte che è venuto la sera siamo andati all’osservatorio e lui è sempre rimasto affascinato da questo spettacolo. Quando venne per la prima volta durante il viaggio in auto ebbe un incidente e lasciò la vettura qui a riparare. Una volta aggiustata la riportai io nella sua abitazione».
Cosa resta alla città di questo patrimonio di uomini e donne?
«Purtroppo credo niente e per questo sono molto scoraggiato. Mi guardo intorno e oggi non vedo nessuno. Organizzare e fare nel nome di una cultura di tutti non è facile ma la cultura è un patrimonio dell’umanità e questo non dobbiamo dimenticarlo. Io ho dedicato la vita a portare avanti l’idea di una cultura aperta a tutti con le mostre di pittura, con i libri, con i film. L’amarezza oggi è tanta nel vedere che la città non risponde più o così poco che nessuno se ne accorge».
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