Mamma Annunziata: «Dopo il mio Roberto la strage non si ferma»

2 Ottobre 2022

Il caso del figlio morto è diventato nazionale con la lettera al ministro: «Ancora tante vittime, servono controlli perché la sicurezza non c’è»

TERAMO. «È una strage che non si ferma, servono più controlli»: in questo Paese che non smette di contare i morti sul lavoro ci vuole sempre una faccia, una storia per capire cosa perdiamo, quale vuoto e quale scia di dolore si lasciano dietro. Lo sa bene Annunziata Cario a cui è toccato in sorte il più disumano dei dolori: sopravvivere alla morte di un figlio. Il suo Roberto aveva 31 anni quando nel 2017 venne travolto da una balla di plastica nel piazzale dell’azienda Metalferro di Castelnuovo Vomano. Per avere giustizia mamma Annunziata ha scritto al ministro guardasigilli Marta Cartabia e il caso del camionista napoletano Roberto Morelli è diventato nazionale con un processo di primo grado che a luglio si è chiuso con tre condanne a complessivi tredici anni. Lei è sempre stata in aula con gli altri figli e il suo abbraccio al pm Stefano Giovagnoni (titolare del fascicolo) resterà per sempre a raccontare quelle udienze.
«C’è stato un processo, c’è stata un sentenza, giustizia è stata fatta anche se il mio Roberto non tornerà più a casa», dice mamma Annunziata, «ma sul lavoro si continua a morire. Ogni volta che sento un telegiornale c’è una vittima: un figlio, un marito, un padre che non torneranno a casa. La gente la mattina esce per andare a lavorare e non torna più. Io penso che servano più controlli per garantire la sicurezza, penso che bisogna rispettare le leggi per evitare che la gente non torni a casa da una giornata di lavoro».
Due morti in quindici giorni nel Teramano raccontano quella che ormai da tempo è un’emergenza nazionale con appelli rimasti inascoltati, statistiche che sembrano bollettini di guerra e figli che cresceranno senza padri: come il bimbo di quattro anni di Roberto Scipione, il 52enne di Bisenti precipitato da un’altezza di dieci metri mentre era sul tetto dello stabilimento Ecotel di Guardia Voman per installare pannelli fotovoltaici per conto della ditta Iceim di Roseto; come i tre figli adolescenti di Antonio Fanesi, il 49enne operaio di Giulianova colpito alla testa da un macchinario mentre lavorava alla Metallurgica Abruzzese di Mosciano. Sullo sfondo i dati di recente resi noti dall’Inail per l’Italia che sono di una nettezza cruenta: tra le tre e le quattro vittime al giorno in media, con picchi quotidiani di sette-otto tragedie e decine di casi letali che sfuggono a conteggi e statistiche. Si continua a morire sul lavoro (e di lavoro) nelle fabbriche, nei campi, nei cantieri edili. Numeri che raccontano di famiglie precipitate nell’inferno. «Perché quando un familiare muore sul lavoro prevale la rabbia per quello che poteva essere fatto e non è stato fatto», dice Domenico Morelli, uno dei fratelli di Roberto, «man mano che le dinamiche vengono chiarite si capisce che tante cose si potevano fare per garantire la sicurezza e non far morire nessuno. Così alla disperazione per il familiare che non c’è più si aggiunge la rabbia per quello che poteva essere fatto e non è stato fatto. Per questo servono più controlli perché le vite non hanno prezzo e la gente che esce di casa per andare a lavorare la sera deve tornare viva».
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