Mamma Mery: «Sette anni senza Giulia»

Inchiesta chiusa per suicidio, ma per i genitori è stato omicidio: «Anche per Serena Mollicone ed Elisa Claps verità in ritardo»
TERAMO. In un tempo sospeso che non finisce mai mamma Mery disegna ricordi nell’aria. Perché sette anni dopo la figlia che non c’è più è in mille pensieri, azioni, momenti. «Le piaceva fare dolci e appena sfornati li faceva assaggiare al papà»: chi sopravvive alla morte di un figlio sa che i ricordi sono zattere. Mery Koci e suo marito Luciano Di Sabatino li mettono in fila da 2.555 giorni, da quando la loro Giulia, 19 anni appena, è morta precipitata da un viadotto dell’A14 a Tortoreto la notte tra il 31 agosto e il 1° settembre del 2015.
La potenza della cronaca l’ha trasformata in una storia da prima pagina tra lunghe inchieste aperte e archiviate: per Procura e tribunale un suicidio, per la famiglia un omicidio. «Il dolore a volte può offuscare il giudizio», dice mamma Mery, «ma io e mio marito non avremo pace fin quando Giulia non avrà giustizia. E lotteremo fino alla fine dei nostri giorni per averla perché siamo sicuri che nostra figlia, che era piena di progetti per il futuro, non si sarebbe mai tolta la vita. Giulia ha bisogno di pace e di dignità e noi familiari di sapere con certezza come sono andate veramente le cose quella notte»
Le parole di Mery sanno di amore e dolore perché i macigni nel tempo sono diventati macerie. Così alla vigilia di un altro anniversario, quando il pendolo della cronaca riporta tutto nel quotidiano, le storie degli altri diventano nuove zattere. «Io e mio marito non ci arrendiamo», continua, «in questo Paese ci sono stati i casi di Serena Mollicone ed Elisa Claps a farci sperare che anche per la nostra Giulia ci possa essere la verità. Anche per queste due ragazze ci sono voluti anni e anni per scoprire la verità. Perché io nella giustizia ho sempre avuto fiducia: abbiamo organizzato si-in davanti ai tribunali proprio perché so che la giustizia esiste e prima o poi arriverà anche per la mia Giulia».
Il dolore è materia delicata: ci sono molti modi per raccontarlo, per sottrarlo all’usura del tempo. Oggi Giulia sarebbe una donna di 26 anni immersa nel pieno di una vita. «La immagino con i capelli lunghi, con la valigia in mano che torna da Londra, entra in casa e mi chiede che cosa ho cucinato», dice Mery, «il suo piatto preferito era la zuppa di cozze con le bruschette. Amava anche una torta rustica tipica dell’Albania, la mia terra d’origine. Questo piatto le piaceva tantissimo. Diceva che aveva una mamma chef quando mi vedeva cucinare. Ecco quando la immagino oggi la vedo come una donna amante della famiglia, immersa nella vita di Londra la città in cui doveva andare per vivere con la sorella Vanessa. Aveva già il biglietto. Come fa una ragazza che è pronta ad andare a Londra a togliersi la vita? Questo nessuno me lo ha spiegato. Giulia sorrideva alla vita come lo fanno tutti quelli della sua età, ma lei era innamorata della vita, del futuro, di andare a vivere in quella città dove oggi, comunque, lei c’è. Una cara amica famiglia ha piantato un albero di ciliegie in sua memoria. Questo gesto mi ha toccato l’anima perché sapere che nella città in cui Giulia voleva andare c’è un segno della sua presenza mi dà speranza e tanta forza per andare avanti».
Mery e suo marito Luciano oggi sono parte civile nel processo a carico del 30enne di Giulianova Francesco Giuseppe Totaro, indagato nell'inchiesta per pedopornografia aperta dalla Procura distrettuale dell’Aquila dopo il rinvenimento, sul cellulare dell’uomo, di numerose foto osè di Giulia e di altre ragazze, all’epoca tutte 17enni e quindi minorenni. «Stanno uscendo tante cose dai testimoni», dice Mery, «e sono ancora più fiduciosa perché credo che da questo processo si possa ripartire per conoscere la verità sulla morte di Giulia. Io, mio marito e Vanessa non cerchiamo vendetta, vogliamo solo sapere la verità e so che non sempre il cammino per arrivarci è facile». Di una cosa mamma Mery è sicura: il tempo non vincerà sulla giustizia.
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