Marito ammazzato nove anni fa: pochi giudici, slitta il risarcimento

Il caso è quello dell’operaio cingalese accoltellato da un connazionale davanti alla moglie incinta Prima udienza civile nel 2024, l’assassino ha scontato la condanna a 10 anni ed è stato scarcerato
TERAMO. La Costituzione cala nel codice valori che uno Stato di diritto non dovrebbe mai perdere di vista. Ma nelle aule di tribunale i tempi non sono mai quelli della vita reale e così capita che la vedova di un uomo ucciso a coltellate aspetti da nove anni di essere risarcita e che la prima udienza slitti al 2024 perché, la motivazione ufficiale, «mancano giudici e cancellieri».
Nel frattempo, l’assassino ha finito di scontare la pena ed è stato scarcerato.
In quest’Italia che continua ad essere richiamata dall’Unione Europea per i tempi lunghi dei processi che mettono a rischio anche i fondi del Pnrr e con l’applicazione della riforma della giustizia (quella dell’ex guardasigilli Marta Cartabia) slittata a fine anno, i tempi infiniti dei procedimenti scandiscono le vite delle persone. Come nel caso di questa donna di 35 anni che da quasi dieci anni attende di poter avere un risarcimento già stabilito in sede penale di centomila euro (da liquidarsi in sede civile) per la morte del marito ucciso a coltellate davanti a lei all’epoca dei fatti incinta di otto mesi del secondo figlio. È evidente che mai nessuna somma potrà ridarle il padre dei suoi due figli ma è chiaro, così come più volte stabilito dalla Cassazione con svariati pronunciamenti, che il risarcimento patrimoniale serva a colmare quel sostentamento economico venuto a mancare. Mai come in questo caso visto che il marito con il suo lavoro da operaio era l’unica fonte di sostentamento. L’udienza per la trattazione del caso era in programma qualche settimana fa davanti al tribunale civile di Teramo con moglie e figli rappresentati dall’avvocato Luca Macci che negli anni ha presentato varie istanze. Ma tutto è stato rinviato al 2024 per carenza di giudici e cancellieri a tal punto che, scrive nella comunicazione di rinvio il magistrato a cui è stato assegnato il caso «l’attuale situazione di questo ufficio è tale che il presente procedimento non può essere trattato in via prioritaria rispetto ai procedimenti più urgenti»
Il caso è quello di Susira Kelum Sattambi, 30 anni, che nel 2013 venne ucciso a coltellate dal vicino di casa a Garrufo di Sant’Omero. Nel 2016 la Cassazione ha confermato la condanna a 10 anni e 8 mesi per Udara Chandima Kolamunnage, il badante cingalese di 29 anni accusato dell’omicidio. «È stata una disgrazia», aveva detto davanti al giudice, «abbiamo cominciato a litigare, l'ho colpito con le mani e poi non mi sono reso conto di aver in mano un coltello». Kolamunnage era stato condannato in primo grado a dieci anni ed otto mesi per omicidio volontario con rito abbreviato (all’epoca ancora previsto per questo genere di reati), pena poi confermata in Appello, con il giudice che aveva condannato l’imputato a una provvisionale di 100mila euro ciascuno per moglie e figli con rinvio al giudice civile per la determinazione e la quantificazione dell’intero danno subito. Il delitto avvenne a Garrufo di Sant'Omero dove i due connazionali abitavano vicini. L'omicidio si consumò in pochi minuti sul pianerottolo di un condominio. Fino a pochi istanti prima i due uomini avevano trascorso la serata insieme a casa della vittima. Poi la discussione, nata secondo l'omicida da una frase a bruciapelo dell'amico. «Sei un terrorista» gli avrebbe detto la vittima. Da qui il litigio e la coltellata mortale al polmone. Nella richiesta presentata al tribunale civile per la quantificazione del danno patrimoniale c’è un passaggio che sintetizza al meglio il caso: «La vittima era l’unico soggetto svolgente l’attività lavorativa subordinata nell’ambito del nucleo familiare e pertanto esso stesso da solo provvedeva al sostentamento di moglie e figli».
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