«Martoriato da chi non ha Dio nel cuore»

Le parole del parroco ai funerali di Demetrio Di Silvestre. Il dolore e il ricordo degli amici: «Non meritava di finire così»
TORTORETO. La giornata che obbliga al ricordo incrocia lacrime e parole. Perchè quando la piccola urna di legno entra in chiesa tutti si arrendono al dolore. «Un corpo martoriato da coloro che si sono accaniti, che non hanno Dio nel cuore» dice padre Gregorio davanti a quel che resta di Demetrio Di Silvestre, il 55enne piastrellista ucciso e bruciato.
Inizia da qui la cronaca di un funerale che si consuma dopo quattro mesi da quel drammatico 15 novembre, quando l’artigiano uscì di casa per l’ultima volta salutando la moglie Jenny e il figlio Gianmarco. Che sopravvivono nel silenzio, che si stringono negli abbracci dei familiari, degli amici e dei tanti che si ritrovano nella chiesa dell’Assunta. Perchè a Tortoreto Demetrio era conosciuto, amato e stimato. «Un bravo artigiano», racconta il vecchio amico seduto in chiesa, «un grande lavoratore, sempre pronto a dare una mano, sempre preciso. Nessuno di noi riesce a spiegarsi il perchè di questo». Che è in quella piccola urna circondata da fiori, vicino alla foto di un uomo sorridente. «Perchè Demetrio aveva sempre il sorriso sul volto», continua l’amico, «non meritava di finire in questo modo».
Scorrono i ricordi di chi lo aveva incrociato qualche giorno prima della scomparsa, di chi con lui aveva preso un caffè nel solito bar, di chi lo aveva chiamato per sistemare il piazzale davanti casa. «Perchè Demetrio ha lasciato un segno nel cuore di ognuno», dice il parroco, «con il suo lavoro, con la sua vita, con il suo essere persona. E allora ognuno di noi lo ricordi nel suo cuore». Nei riti della funzione religiosa sembra quasi di poterla toccare con mano quella vertigine indicibile di dolore della moglie, del figlio. «Perchè la sofferenza di chi resta», continua il parroco, «è lo strazio più grande». Soprattutto di chi, dopo quattro mesi, continua a chiedersi il perchè. Ed è questa la domanda non fatta che aleggia in chiesa tra chi Demetrio lo conosceva bene. «Per anni ho lavorato con lui», racconta un uomo, «è stata sempre una bravissima persona, uno che quando poteva non si tirava mai indietro nel dare una mano agli altri. Nessuno di noi riesce a credere a quello che è successo».
Perchè quello che è successo in un vecchio casolare alle porte di Ascoli ha i tratti di una esecuzione, di una spietata esecuzione, di quelle da criminalità organizzata. «Ma Demetrio qui era benvoluto da tutti» continua l’uomo. E mentre i ricordi si affollano, il rito si conclude. La chiesa si svuota, la piccola urna torna nel carro funebre davanti agli occhi della moglie e del figlio. «Non dimenticate il segno che Demetrio ha lasciato nel vostro cuore» chiude il parroco. Qualcuno prima di andare via sfiora l’urna. La carezza di un ultimo ricordo.
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