Mazzitti, da pretore d’assalto a mediatore fra Arafat e Sharon

13 Marzo 2016

L’impegno contro le sofisticazioni alimentari a colpi di sequestri, poi la guida della task force per l’acqua in Medio Oriente e del Parco Gran Sasso-Laga. Ora è consulente giuridico del Governo

TERAMO. Troppo angusti i confini di un pugno di parole per descrivere il personaggio Walter Mazzitti. Dall’archeologia al diritto, dalla politica all’ambiente: tutti ambiti in cui in un modo o nell’altro ha lasciato un segno.

Lei è avvocato, ma la sua prima passione è stata l’archeologia.

«E’ vero, mi sono laureato in giurisprudenza perchè a quei tempi era la facoltà che c’era a Teramo. In quel momento infatti, avevo 19 anni, stavo facendo gli scavi della necropoli romana alla Cona: non volevo lasciarli. Poco dopo, era il 1972 e avevo 21 anni, riportai alla luce il mosaico del leone. Avevo letto un articolo di Savini che raccontava di aver scoperto tracce di una sontuosa villa di epoca romana durante la ristrutturazione di palazzo Savini. Mi entusiasmai, la famiglia Savini a Teramo non c'era più, c'era un architetto che viveva a Roma e ogni tanto tornava. Insistetti mesi con lui e alla fine mi diede l'autorizzazione a entrare nelle cantine. Ci andammo con altri 3-4 ragazzi, fra cui Vincenzo Torrieri, ora direttore della Sovrintendenza archeologica, scavammo e venne fuori questo mosaico fantastico. Poi è stato considerato dalla ricerca ufficiale uno dei 40 mosaici più belli della romanità a livello mondiale. E noi ancora non ci avvaliamo di questo gioiello».

Poi però la sua vita ha preso un’altra direzione.

«Dopo la laurea mi sono specializzato a Strasburgo in diritto comparato e ho iniziato a fare l’avvocato a Teramo. Un giorno mi ha chiamato l’allora presidente del tribunale Tarquini: mi aveva proposto come vice pretore reggente della pretura di Campli. Lì si avviò una parte della mia vita, era il 1982 e avevo 31 anni: accettai l'incarico con terrore, temevo di non saperlo fare. Invece è stata un'esperienza straordinaria perchè ho scoperto di avere delle qualità impensate: mi sono dedicato essenzialmente all'inquinamento dei fiumi, alle cave (sono stato il primo ad occuparmene) e poi in maniera molto intensa della sofisticazione alimentare».

Mazzitti divenne protagonista della scena italiana dalla piccola Campli. In occasione del disastro nucleare di Cernobyl utilizzò un macchinario per la rilevazione della radioattività dell’istituto zooprofilattico e fece analisi – «finanche sulla neve del Monte Bianco» – e sequestri di alimenti contaminati in tutta Italia. «Ci sono poi stati grossi processi, ricordo che uno degli imputati fu Callisto Tanzi, proprietario della Parmalat. In effetti vennero toccati tutti i settori, dall’olio agli omogeneizzati, ai formaggi. In particolare le mozzarelle: le mie sentenze imposero una modifica della legge. Venne cioè introdotto l’obbligo di sigillatura e della data di scadenza. Prima le mozzarelle erano avvolte in una semplice carta e conservate in un siero che alle analisi risultò spesso più che contaminato. Venni citato anche nella sigla di una trasmissione comica di Rai 1 come “il pretore che incarta la mozzarella”».

Mazzitti non si fece scrupolo di sfidare un colosso come la Coca cola, imponendo che nei bar d’Italia ci fossero dei cartelli che invitavano a controllare l’etichetta della Diet coke. Ma fu anche fra i primi a sequestrare le televisioni private nazionali che diffondevano il segnale dall'estero come Telemontecarlo. Dal grande al piccolo: fece sequestrare gli impianti di risalita in costruzione a Pizzo di Moscio: «Avrebbero distrutto la fisionomia dei Monti della Laga».

Dall'88 in poi si apre un’altra fase della sua vita: quella dell’impegno politico. Tutto avvenne quasi per caso.

«Tutto partì dalla difesa degli abitanti di Monticelli, dove avrebbero dovuto fare una discarica: il luogo venne scelto perchè era l'unico che non creava problemi ai politici dell'epoca. Poi furono loro stessi a spingermi a candidarmi al Comune. Io subordinai la mia accettazione alla creazione di una televisione, ritenendo già allora che la comunicazione fosse basilare in politica. Ma come fare? Quando ero pretore avevo modo di studiare approfonditamente la legge in materia che sostanzialmente diceva: se un canale di una tv non viene utilizzato diventa di chi se lo prende. E Telemare aveva un canale libero. Così ci mettemmo d’accordo con i due fratelli Di Croce (promotori della lista “Teramo e frazioni”, ndr) che andarono a Colle Izzone, dove ci sono i ripetitori, per collegarci un videoregistratore e impegnare la frequenza. Prima di farlo mi chiesero: “Nel messaggio che manderemo in onda che dobbiamo scriverci, questa televisione come la chiamiamo?” e io risposi: “Verde tv, come la speranza”. Dopo qualche ora su quel canale si leggeva “Prove tecniche di Verde tv”. Telemare ci fece causa e la vincemmo. Per acquistare le attrezzature ricorsi a un azionariato diffuso: proposi alle famiglie di Monticelli di versare un milione di lire ognuna. In poco tempo raccogliemmo 60 milioni, più il mio e i due dei fratelli Di Croce. Quando peraltro dopo anni vendemmo la televisione, chiedemmo esattamente 63 milioni, e ognuno riebbe il suo. Così entrai in consiglio comunale con "Teramo e frazioni", prendendo un seggio alla Dc, mentre la lista di Pannella ne prese 5 al Pci. Era il 1990 e fu il periodo d'oro della politica della città: in consiglio c’erano due europarlamentari, Virginio Bettini e Marco Pannella, oltre a Ivan Graziani, Grazia Scuccimarra. In due anni cadde l'amministrazione monocolore Dc».

Nel 1994 la candidatura in parlamento sotto la bandiera di Forza Italia, di cui è stato uno dei fondatori. «Arrivai prima di Lino Nisii, e venne eletto Serafino Pulcini. Fui felicissimo di non essere riuscito, se fossi diventato parlamentare di Fi chissà che fine avrei fatto, sarei entrato subito in conflitto con Berlusconi, come poi è successo».

Chiuso il capitolo della politica, si apre quello di Mazzitti tecnico.

«Nel 1995 venni nominato dal governo Prodi a presiedere la prima Autorità nazionale sulle risorse idriche, fino al Duemila. L’obiettivo era avviare la grande riforma nazionale della gestione dell'acqua. In questi anni ho cominciato a occuparmi della politica dell'acqua a livello internazionale per conto del governo, presiedendo la commissione interministeriale per la politica dell'acqua nel Mediterraneo con sede a Palazzo Chigi. Nel Duemila venni selezionato come capo della Task force europea per il negoziato sull'acqua nel processo di pace in Medio Oriente, incarico che ho svolto per 8 anni, fino al 2008. In questo ruolo ho avuto rapporti diretti con i capi di Stato dei Paesi coinvolti nel processo di pace dal re di Giordania al presidente Assad di Siria ad Hariri in Libano, Arafat nei territori occupati, Sharon in Israele».

Deserti accanto alle montagne abruzzesi: dal 2002 al 2007 è stato presidente della parco Gran Sasso-Laga.

«Ho sviluppato una serie di modelli di gestione della montagna, a cominciare dal recupero dei centri storici, con incentivi alla ristrutturazione: l’esempio principe è Santo Stefano di Sessanio. Qui c'è stato l'apporto del privato e abbiamo creato un albergo diffuso con 300 posti letto. E’ diventato modello mondiale: ho fatto interviste anche per tv giapponesi e arabe. E il valore degli immobili in 3 anni è passato da 70 a 7mila euro al metro quadro. Poi c’è stata la grande attività di lancio dell'agroalimentare: abbiamo creato i consorzi dei grandi formaggi, come quello del pecorino di Farindola e del canestrato di Castel del Monte». E il recupero delle case cantoniere diventate alberghi, ristoranti e negozi, ora in gran parte chiusi. E l’attività all’estero. «Il Parco fu chiamato in Egitto, con un rapporto di cooperazione, a realizzare l'unico parco ambientale in un deserto, di balene fossili. Il sito di Whadi el Ryan che noi abbiamo attrezzato, facendo il progetto, è stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco e c'è un cartello con scritto che l'ha realizzato il parco Gran Sasso-Laga. Che divenne uno dei parchi più conosciuti d'Italia anche per l’introduzione di modelli innovativi che hanno indotto lo sviluppo economico e sociale di queste aree».

Ora però pare essersi tutto dissolto come neve al sole.

«Il declino è ben visibile. L'investimento fatto si è pressochè dissolto: sono stati spesi centinaia di milioni per organizzare un territorio di 150mila ettari su tre regioni con una rete di 44 centri visite, 30 musei, centri specialistici in tutti i settori. Poi è tutto finito. Questo mi rattrista. C'è una cosa che mi è rimasta nel cuore e su questo fronte non cedo: il Gran Sasso. È un patrimonio sottovalutato dagli abruzzesi: nessuno si è mai avveduto del fatto che noi viviamo attorno al più grande monumento ambientale di roccia d'Italia. Non è stata mai impostata una strategia sotto il profilo turistico, puntando su questo valore che non ha nessun altro. E questo mi lega ancora fortemente a questa terra: pensare al futuro del Gran Sasso, da cittadino, l’ obiettivo principale è farlo diventare patrimonio dell'Unesco».

Dopo tanto fare, resta questa l’unica attività a Teramo e in Abruzzo: dal 2008 Mazzitti è consigliere giuridico dell'ufficio legislativo del governo. Vive a Roma e nel fine settimana torna a Teramo. «Qui vivono mia moglie e mia madre. Ma questa è una terra in cui la politica tiene a distanza tutte le persone che hanno idee e capacità di fare cose innovative nell'interesse della società e del territorio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA