«Mio figlio si è salvato grazie a quel dramma»

23 Settembre 2017

Il medico Romanelli: io e mia moglie, colpiti dalla vicenda, abbiamo fatto controllare il bambino, poi operato per una malformazione al cuore

TERAMO. Le scelte di vita spesso diventano tali per caso. Lo sa bene Piero Romanelli, medico chirurgo, ex assessore comunale, ma prima di tutto papà di un bambino di 10 anni che oggi corre sui campi di calcio e s’illumina sognando di fare il calciatore. Come faceva Marco.
La tragedia di Pineto è stata il campanello d’allarme. «Ci colpì profondamente», racconta, «così tanto che io e mia moglie decidemmo di far fare un ecocardiogramma a nostro figlio che giocava a pallone». Da quell’esame scoprirono che il bambino, all’epoca 8 anni, aveva una malformazione al cuore. Per gli addetti ai lavori una valvulopatia mitralica reumatica, per tutti le conseguenze di un’infezione da streptococco. Oggi, dopo un intervento a cuore aperto, il piccolo è tornato a correre su un campo di calcio, la sua grande passione. «E nostro figlio non aveva mai avuto nessun sintomo», racconta Romanelli, «era sempre in movimento, giocava a pallone, giocava con gli amici. Non ci saremmo mai accorti di nulla. La grande sofferenza di quei genitori, il loro raccontare la tragedia e invitare tutti a fare controlli più approfonditi è qualcosa che non dimenticheremo mai. Senza di loro non avremmo mai pensato a fare controlli mirati visto che a quell’età per giocare a pallone la legge prevede solo che venga fatto un elettrocardiogramma.»
Perchè le vite degli altri raccontano e insegnano, perchè una fine e un inizio si possono incrociare, perchè anche se fai il medico non pensi che tuo figlio di 8 anni possa avere un problema al cuore. «Il cardiologo che fece l’eco», continua Romanelli, «si accorse subito che c’era qualcosa che non andava e ci indirizzò ad un centro all’avanguardia che si trova all’ospedale Sant’Orsola di Bologna». Un centro di cardiochirurgia pediatrica e dell’età evolutiva diretto da Mario Gargiulo, luminare con esperienze in tutto il mondo. «La diagnosi arrivò subito», ricorda Romanelli, «e con essa la necessità di sottoporre il bambino ad un intervento chirurgico. Nell’attesa ci dissero che poteva fare una vita normale ma sicuramente non attività fisica. Poi, dopo qualche mese l’operazione a cuore aperto, la terapia intensiva e il coraggio di mio figlio». Che ormai da tempo ha ripreso a giocare e a sognare di diventare un calciatore. «E noi non smetteremo mai di ringraziare la forza dei genitori del piccolo Marco e il loro modo di trasmetterla», conclude, «senza di loro non avremmo mai pensato a far fare un controllo più approfondito come un ecocardiogramma». E se le vite degli altri insegnano allora Romanelli chiede che la sua storia non sia nascosta dall’anonimato «perchè il dolore pubblico può servire agli altri, può far capire che la prevenzione è fondamentale e che dalla sofferenza degli altri si può e si deve imparare».(d.p.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.