Morì nell’auto finita nel fiume In quattro vanno a processo

28 Ottobre 2016

Rinviati a giudizio quattro tecnici della Provincia a cui spetta la manutenzione della strada Per la procura non hanno garantito il rispetto delle norme di sicurezza in un tratto senza guard-rail

TERAMO. Morì nell'auto finita nel burrone e poi nel fiume, precipitata da una strada senza guard-rail e con un parapetto di cemento ormai rotto: una delle tante vie ai limiti dell'impraticabilità.

A tre anni dal drammatico incidente stradale in cui perse la vita il 69enne caldaista teramano Cesare Carginari, il gup Giovanni de Rensis manda a processo due dirigenti e altrettanti dipendenti della Provincia, ente competente per la manutenzione della strada tra Aprati e Cesacastina su cui avvenne la tragedia. Per tutti l'accusa è quella di omicidio colposo in concorso perchè secondo la procura, nei diversi ruoli, non avrebbero provveduto al rispetto di tutte quelle norme previste per la sicurezza. Accusa che dovrà essere dimostrata nel processo. A giudizio andranno Piero Marinucci e Luigino Di Nicola, entrambi capi nuclei operativi, e Leo Di Liberatore e Danilo Crescia, i due dirigenti che si sono succeduti nel settore viabilità. La prima udienza del processo è fissata ad aprile. Per la procura (il fascicolo è del pm AndreaDe Feis) sotto accusa è finita la mancanza del guard- rail e di ogni altra misura di protezione.Carginari, notissimo artigiano molto conosciuto in città dove per 50 anni aveva svolto l'attività di caldaista facendosi apprezzare e benvolere da tutti, perse la vita nell'incidente il 16 agosto del 2013. E proprio il suo grande attaccamento al lavoro quel giorno lo aveva portato fino a Cesacastina, sui monti della Laga, per controllare la caldaia di un cliente. A bordo della sua Panda 4x4 Carginari si era inerpicato sulla provinciale 45A. Una strada dall'asfalto pieno di buche e con vecchi parapetti. Dopo aver fatto il lavoro, Carginari aveva ripreso la strada del ritorno verso Teramo. Nell'affrontare una curva l'uomo aveva perso il controllo del mezzo che era finito contro quel che restava di un vecchio parapetto in cemento sistemato alla meno peggio con delle assi di ferro. Le assi non avevano retto all'urto e la macchina era finita in un dirupo facendo un volo di cento metro.

La Panda era atterrata capovolta nel fiume Vomano e qui l'uomo, molto probabilmente già non più cosciente, era morto. I primi ad allarmarsi furono i familiari che, non vedendolo rientrare a casa, cominciarono a chiamarlo sul cellulare senza avere risposte. Ed i primi ad insospettirsi furono proprio i figli dell'artigiano nel percorrere quella strada alla ricerca del padre.

Oggi l'inchiesta è chiusa e tra qualche mese inizierà un processo per accertare la verità giudiziaria: resta il dolore di una famiglia e l'amarezza per quella strada dissestata, con un parapetto inutile.(d.p.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA