Morto a 19 anni, il padre accusa: «Mai installato un guard-rail»

12 Novembre 2024

Dennis D’Antonio lavorava come cuoco e sognava di diventare uno chef, con l’auto finì in una scarpata «Mio figlio non aveva bevuto e non correva, se quella strada fosse stata sicura oggi sarebbe con noi»

TERAMO. Due anni dopo il figlio che non c’è più è in mille pensieri, azioni, ricordi. Perché Dennis D’Antonio aveva 19 anni e mordeva la vita. Lavorava come cuoco e sognava di diventare uno chef quando se n’è andato per sempre nell’auto finita prima contro il tronco di un albero e poi in una piccola scarpata sulla strada provinciale 16 senza guard-rail, a pochi metri da casa, a Bellante. Con lui in macchina c’era il fratello che è sopravvissuto. «Mio figlio è morto per un guard-rail che non c’era allora e non c’è oggi. Quanti altri morti ci dovranno essere perché qualcuno intervenga e metta un parapetto?»: le parole di papà Daniele si muovono tra le ferite perché da quel 13 novembre del 2022 è cambiata la scansione del tempo, lo sguardo sugli altri, gli orizzonti quotidiani.
Lui e la sua famiglia hanno attraversato gli ultimi anni come una tempesta e il suo dolore è così concreto e disperato da rimanere appiccicato addosso. Perché nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere alla morte di un figlio. «Su quella strada è finita anche la mia vita perché nessun padre può avere pace», continua, «ho perso un figlio e un altro dovrà convivere per sempre con il dolore di aver visto il fratello morire. Continua a dirmi “Papà non ho potuto fare niente per salvare Dennis”. E io continuo a dirgli “Figlio mio ma cosa potevi fare?”. E allora pensi un po’ cosa posso provare quando passo su quella strada, e ci passo tutti i giorni perché abitiamo a poca distanza, e vedo che il guard-rail non c’è ancora, che quel tronco spezzato è ancora lì a ricordarmi tutti i giorni perché è morto mio figlio. Ma che sicurezza garantiamo ai nostri ragazzi che vanno in giro, che percorrono le strade? Che sicurezza garantiscono le istituzioni? La tragedia di Dennis non può rimanere una questione privata perché la sicurezza sulle strade è una questione di tutti. Io non voglio puntare il dito contro nessuno, ma dico solo che non si può rimanere a contare i morti sulle strade senza fare niente».
All’alba di quella giornata Dennis e il fratello rientravano da una serata trascorsa insieme con amici in un locale della zona. «Lui era al posto di guida, indossava la cintura, non aveva bevuto, era un ragazzo prudente», racconta ancora papà Daniele, «pochi metri prima del punto dell’incidente c’è una curva e se la causa fosse stata la velocità allora sicuramente sarebbe andato fuori strada in quel tratto. Invece così non è stato. Io oggi mi chiedo se si può morire a 19 anni per una strada senza sicurezza. Mio figlio era un ragazzo d’oro, lavorava come cuoco in un locale della costa e voleva fare lo chef. Era pieno di sogni finiti in un attimo». All’alba di quel giorno nella macchina c’era anche il fratello di 18 anni. Dopo l’incidente è uscito dall’auto, è salito fin sulla strada per chiedere aiuto e per molto tempo nessuno si è fermato a soccorrerlo.
Sull’incidente è stata aperta un’inchiesta giudiziaria che è ancora in corso. Ma questo è materiale per magistrati e avvocati. La vita fuori dal codice è altro. «Confido nella giustizia», dice, «ma il quotidiano è fatto di altro». Di una strada diventata tomba di un ragazzo che voleva diventare chef. «Domani alle 18 ricorderemo Dennis con una messa», dice papà, «ma un giorno vorrei ricordarlo finalmente con un guard-rail su quella strada. Io mio figlio l’ho perso, ma mi auguro che nessun genitore debba mai provare quello che io e la mia famiglia viviamo da due anni a questa parte».
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