Nasce disabile, la Asl paga un milione

Il tribunale civile condanna l’azienda a risarcire un ragazzino di 14 anni e a pagare i genitori che lo accudiscono
TERAMO. Otto anni trascorsi tra udienze e carte bollate nei tempi lunghi di una causa civile: nel mezzo l’esistenza segnata per sempre di un bimbo nato con una encefalopatia causata da una sofferenza fetale non diagnosticata. Oggi quel bimbo è un adolescente di 14 anni accudito 24 ore su 24 dalla famiglia per cui il tribunale di Teramo ha stabilito un risarcimento di un milione di euro, riconoscendo la responsabilità dell’Asl e dell’equipe medica dell’ospedale di Sant’Omero e sancendo nelle motivazioni della sentenza quel diritto alla salute invocato dalla Cassazione in decine di pronunciamenti. «Perchè», scrive il giudice Antonio Converti, «nel corso del giudizio sono emersi profili di responsabilità a carico della Asl e dell’equipe medica dell’ospedale vibratiano, responsabili nella fase del ricovero, delle fasi precedenti il travaglio, del travaglio stesso, del parto e delle fasi successive al parto della donna fino alle dimissioni, per non aver adempiuto con diligenza e perizia agli atti medici loro imposti dalle regole». Fino ad oggi, però, la famiglia non è stata ancora risarcita: la Asl, infatti, ha deciso di impugnare in appello al sentenza del tribunale teramano. La famiglia, assistita dall’avvocato Mery Clementoni, ha intrapreso solo la richiesta di risarcimento danniin sede civile, non presentando denuncia in sede penale.
La sentenza del tribunale teramano si fonda su una perizia medico legale con cui è stata esclusa la presenza di una malattia genetica del bambino, ipotesi che era stata avanzata dalla difesa dei medici ma che non è stata rilevata dai consulenti nominati dal giudice.
La storia inizia nel 2002 quando la mamma arrivata alla 39esima settimana di gravidanza (gravidanza trascorsa senza nessun problema particolare) venne ricoverata all’ospedale di Sant’Omero con un tracciato che evidenziava una tendenza alla tachicardia del feto associata ad una scarsa reattività dello stesso. Secondo l’accusa, dall’ingresso della donna in ospedale, nessuna indagine venne disposta dai medici nonostante i tracciati a cui la donna venne sottoposta avessero segnalato l’esistenza di una ipossia cronica, ovvero la mancanza di ossigeno al feto.
Il giudice ha riconosciuto il danno biologico e patrimoniale perchè, scrive a pagina 15 della sentenza, «integrando il fatto in esame una gravissima violazione dei diritti costituzionalmente rilevanti, quale il diritto alla salute, inteso quale dolore, disagio, sofferenza e patimenti d’animo conseguenti alla malattia e alla perdita dell’integrità fisica all’effettivo grado di afflittività del danno nel caso concreto può desumersi dalla natura e qualità delle lesioni, dall’età del danneggiato, dalla natura degli esiti e in particolare dal carattere cronico della patologia che impone al piccolo di sottoporsi in futuro a terapie».
Nella sentenza si riconosce il danno morale ai genitori ampliando l’azione risarcitoria. «Nel caso in esame», si legge a pagina 16 del provvedimento, «la natura gravissima delle lesioni riportate dal minore e il rapporto parentale con gli istanti consentono di applicare ampia presunzione in ordine alle intensità del legame affettivo e allo sconvolgimento della vita familiare arrecato dalla necessità di prendersi cura di un figlio gravato da tale inabilità».
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