Non fu visitata, morì per il Covid Il giudice non archivia il caso

Il gip accoglie la richiesta di opposizione presentata dai familiari della 79enne Vincenza Gullì Nel fascicolo ci sono sei indagati tra medici e operatori dell’Usca, saranno fatti nuovi accertamenti
TERAMO. Il giudice respinge la richiesta di archiviazione, accoglie l’opposizione dei familiari e rinvia gli atti al pm per chiedere nuove indagini: il provvedimento del gip Roberto Veneziano scandisce una nuova tappa di un caso teramano finito alla ribalta dei media nazionali nei giorni della seconda drammatica ondata della pandemia.
È quello che nel novembre del 2020 denunciò pubblicamente l’avvocato Domenico Giordano, docente universitario teramano, sulla morte della 79enne mamma Vincenza Gullì uccisa dal Covid senza che, ha sempre sostenuto il figlio, fosse mai stata visitata a casa da un medico. Sei gli indagati (tra medici e operatori dell’Usca, unità speciali di continuità assistenziali) nell’inchiesta aperta all’epoca dal sostituto procuratore Andrea De Feis (nel frattempo entrato in servizio alla Procura di Bologna) in seguito alla denuncia dei familiari. A conclusione dell’indagine c’è stata la richiesta di archiviazione a cui si sono opposti i familiari rappresentanti dall’avvocato Gennaro Lettieri che nel suo atto di opposizione alla richiesta di archiviazione ha scritto: «È evidente che vi è stato un ritardo nella diagnosi e nell’intervento dovuto a grave negligenza. Nessun medico (sia esso il medico di base o l’Usca) si è mai recato a casa degli anziani coniugi, al fine di verificare i parametri prescritti dalla direttiva Asl. Non è mai stata adeguata la cura alle condizioni reali e alle pregresse patologie degli anziani, affetti da gravi patologie all’apparato respiratorio l’una, da problemi tumorali e cardiaci l’altro. Circostanze, queste, che avrebbero richiesto una maggior cura e un intervento adeguato e soprattutto tempestivo».
Il caso all’epoca scoppiò quando l’avvocato teramano con un post su Facebook denunciò «un incubo fra menefreghismo, negligenze, rimbalzi di competenze e di responsabilità. Per venti giorni mai nessun medico (di base o della famigerata unità speciale) è mai venuto a dirci di cosa si trattasse. Mai nessuna cura per mio padre e medicinali dati a caso per mia madre. Per far arrivare una ambulanza ho dovuto smuovere le montagne». Sottolineando in più occasioni «l’inesistenza di una rete di assistenza sul territorio».
Sulla vicenda, dopo la denuncia pubblica dell’avvocato, l’azienda sanitaria aprì una indagine interna per fare chiarezza e ricostruire i vari passaggi. Documentazione che successivamente è stata acquisita anche nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria .(d.p.)
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