«Non venivo trattato da essere umano»

Il racconto del migrante marocchino: «Ho patito il freddo, dovevo elemosinare anche un rasoio per la barba, mai riposi»
TERAMO. Ha attraversato gli ultimi due anni come in una tempesta. Dal Marocco in Turchia, poi sulle tratte balcaniche dei migranti tra Serbia, Bosnia e Slovenia pagando ai trafficanti di esseri umani un posto da clandestino in Italia. «Cercavo un lavoro per mandare i soldi ai miei, ma lì nessuno mi ha trattato da essere umano»: le parole di Faress si muovono tra le ferite di corpo e anima.
Dopo la fuga dalla roulotte dell’azienda agricola di Sant’Atto e la denuncia, vive in una comunità protetta in attesa di poter ottenere un permesso di soggiorno speciale perché vittima di reati. Nelle pagine dell’ordinanza di custodia del gip Roberto Veneziano viene ritenuta «persona altamente affidabile e credibile». Perché, sottolinea il giudice in molti passaggi, tantissimi sono i riscontri della sua denuncia da cui è partita l’indagine per caporalato nei confronti di madre e figlio, i due amministratori dell’azienda agricola in cui il 34enne ha lavorato per oltre un anno dormendo in una roulotte per 500 euro al mese con la paura di essere rimpatriato: «Mi diceva che non dovevo chiedere soldi, che dovevo lavorare e basta perché ero clandestino e lui poteva farmi rimpatriare da un momento all’altro. Diceva che conosceva gente e io invece non ero nessuno». Viveva nella roulotte vicino alla stalla «la mia prigione», lavorava 12 ore al giorno per sette giorni senza riposo. «Quando è arrivato l’inverno la roulotte era senza riscaldamento», racconta ancora, «per questo ho chiesto una stufa che è arrivata solo a marzo di quest’anno. Durante l’inverno mi ha consegnato una coperta e ho patito il freddo. In estate era molto calda. Dovevo elemosinare anche un rasoio per la barba». Le minacce erano continue. «Per tenermi buono minacciava di chiamare i carabinieri e di farmi rimpatriare e quindi mi obbligava a stare calmo. Ogni tanto mi consegnava 50 o 100 euro, ma non era quello che mi era stato promesso quando sono arrivato. Io devo mandare i soldi ai miei genitori in Marocco che hanno dovuto pagare 2mila euro ai trafficanti della Turchia e altre 2mila per il mio sostentamento per la tratta in Europa». Quei pochi soldi guadagnati li aveva nascosti in un barattolo sotto terra.
Quando il denaro promesso non è più arrivato, Faress ha capito che nulla sarebbe cambiato. Non bastava vivere nel tugurio vicino a una concimaia, dover dire grazie per una doccia a settimana, non avere mai un riposo. «Ho lavorato dieci mesi senza fermarmi», continua, «ho lavorato con il freddo e con il caldo e nonostante questo non ho avuto neanche quel poco che mi aveva promesso. Lui non si è comportato con me da uomo. Non si tratta così un essere umano». E in questa Italia che non smette di raccontare storie di caporalato – il caso del bracciante indiano morto a Latina dopo aver perso un braccio in un incidente sul lavoro ha fatto il giro del mondo – la vicenda teramana è l’esempio più evidente di come nessun territorio possa dirsi fuori. Sul caporalato non esistono dati ufficiali dettagliati sull’estensione del fenomeno ma diversi centri studi oggi segnalano una presenza sempre più diffusa su tutto il territorio nazionale. E non sempre chi subisce denuncia. Scrive a questo proposito il gip nell’ordinanza: «Appare estremamente apprezzabile e da valutare soltanto in senso deponente per la genuinità delle attuali dichiarazioni il ripetuto ed accorato grido di dolore che la vittima ha librato in presenza dei carabinieri, affidandolo alla comprensione delle istituzioni preposte ad assicurare tutela alle persone fragili e porle al riparo di ulteriori atteggiamenti ostili».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

