Odissea tra manicomi criminali e comunità

6 Marzo 2017

Il caso di un teramano che dopo sette anni ad Aversa corre il rischio di non sapere dove andare

TERAMO. Per capire quello che ci accade intorno abbiamo bisogno più di storie che di numeri senza nome. E allora nei giorni in cui l’Italia chiude definitivamente l’ultimo ospedale psichiatrico giudiziario, quello siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto tre anni dopo l’entrata in vigore della legge, la storia di Mario (nome di fantasia) racconta ciò che accade nel Paese reale.

Perchè Mario, teramano di 48 anni, assolto da vari reati (dalla minaccia al danneggiamento, dal furto al tentato incendio) per incapacità di intendere e di volere, definito socialmente pericoloso, rimasto per sette anni all’Opg di Aversa e per cinque in una comunità protetta di Cuneo, ora rischia di non avere un posto in cui andare e continuare ad essere assistito con qualcuno che si prenda cura di lui. Dal 2016 è in libertà vigilata in una comunità in provincia di Macerata e il 4 aprile il magistrato di sorveglianza competente per territorio ha fissato l’udienza per riesaminare la misura di sicurezza con la pericolosità sociale.

Dice il suo avvocato Gennaro Lettieri, penalista di lunga data: «Mario appartiene alla cerchia degli ultimi, a coloro che non hanno voce, che non hanno alcuna possibilità di sopravvivere, nè di rendere nota la propria vicenda. Ora bisogna trovare una comunità, ma i posti disponibili sono sempre molto pochi e le conseguenze sono queste. Perchè la chiusura degli Opg è sicuramente un traguardo di civiltà ma, come in tutte le cose, ci deve essere un’applicazione concreta della normativa la cui attuazione spesso è lasciata agli avvocati e ai familiari». Mario, entrato in carcere nel 2000, nel 2004 è finito ad Aversa e in questi 13 anni trascorsi tra Opg e comunità ne ha viste davvero tante. Come nel 2008 quando il suo avvocato scrisse all’allora ministro della Giustizia per segnalare che «il magistrato di sorveglianza, preso atto della circostanza che nessuno rinviene una struttura o una comunità che possa prendere in carica il mio assistito dopo la cessazione della pericolosità sociale, ha prorogato la misura di sicurezza detentiva per ulteriori nove mesi». Altri nove mesi ad Aversa perchè non si trovava una comunità che lo accogliesse. E anche quella volta c’era voluta la ricerca del legale per trovare un posto che lo ospitasse. E oggi Mario scrive cartoline al suo avvocato. Vecchie stampe di una Teramo con monumenti ormai spariti e un saluto: «Avvocà come stai? Io vado avanti».(d.p.)

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